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CANBERRA - Stati Uniti, Australia, Cina, India e Corea del Sud presenteranno domani un patto regionale per combattere le emissioni di gas a effetto serra attraverso lo sviluppo di tecnologie energetiche "amiche dell'ambiente". Il vice segretario di Stato Usa Robert Zoellick farà un annuncio in merito coi rappresentanti degli altri quattro paesi al Forum regional dell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) in Laos, ha reso noto oggi un comunicato dell'ambasciata Usa. Un funzionario Usa ha detto a Reuters che l'annuncio riguarderà l'ambiente. In precedenza un funzionario governativo australiano aveva detto che il patto sarebbe stato presentato questa settimana. Il ministro dell'Ambiente Ian Campbell ha detto che i paesi in questione stanno lavorando su un patto regionale per affrontare i cambiamenti climatici andando oltre il protocollo di Kyoto, che chiede ai paesi più ricchi di tagliare le emissioni a effetto serra del 5,2% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2008-12. Gli Stati Uniti e l'Australia hanno rifiutato di siglare il protocollo di Kyoto, entrato in vigore a febbraio, perché a loro avviso il patto esclude ingiustamente nazioni come l'India e la Cina. La Corea del Sud ha invece ratificato Kyoto. "E' abbastanza chiaro che il protocollo di Kyoto non porterà il mondo dove vuole andare... Dobbiamo trovare qualcosa che funzioni meglio: l'Australia sta lavorando a ciò con vari partners in tutto il mondo", ha detto Campbell parlando coi giornalisti. Secondo il quotidiano The Australian, il nuovo accordo dovrebbe essere intitolato "Partnership Asia-Pacifico per il Clima e lo Sviluppo Pulito". "Abbiamo bisogno di aumentare l'energia che il mondo consuma e di ridurre le emissioni. Ciò significa avere bisogno di nuove tecnologie, lo sviluppo di nuove tecnologie e l'impiego di esse bei paesi in via di sviluppo", ha detto ancora il ministro. Campbell ha detto che i gas a effetto serra considerati dal protocollo di Kyoto sono in realtà aumentati del 40%, quando gli scienziati affermano che le emissioni devono essere tagliate del 50% per avere una qualche possibilità di limitare l'impatto sul riscaldamento globale. Il giornale The Australian scrive che i cinque paesi coinvolti nel nuovo progetto producono complessivamente più del 40% delle emissioni globali, in particolare per quel che riguarda il biossido di carbonio, rilasciato dall'impiego di carburanti di orgine fossile come il carbone impiegato nelle centrali elettriche e il petrolio usato dalle auto. PROTESTE Oggi, intanto, gli attivisti di Greenpeace hanno provocato la chiusura per diverse ore del più grande porto mondiale per l'esportazione del carbone, vicino a Sydney. "Se è un accordo sul trasferimento delle tecnologie appropriate, potrebbe essere uno strumento utile, ma non a spese del solo accordo internazionale (quello di Kyoto) sul cambiamento climatico", ha detto la responsabile di Greenpeace per l'Energia, Catherine Fitpatrick. Il Giappone, la seconda economia al mondo, sembra accogliere positivamente il nuovo patto. "da quel che abbiamo capito, la partnership non sostituirà il protocollo di Kyoto ma sarà complementare", ha detto un funzionario dell'unità Cambiamento climatico del ministero degli Esteri giapponese, aggiungendo che il Giappone ha già ricevuto inviti a cooperare e che sta valutando la possibilità. Una commissione di scienziati presso le nazioni Unite afferma che le temperature mondiali aumenteranno probabilmente tra gli 1,4 e i 5,8 gradi Celsius entro il 2100, provocando sempre più frequentemente inondazioni, siccità, scioglimento della calotta polare e dei ghiacciai, e l'estinzione di migliaia di specie animali. © Reuters 2005. Tutti i diritti assegna a Reuters.
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Fonte: Rai.it - Homepage
Scatta da oggi la normativa europea che impone il divieto di pubblicizzare il tabacco sui media, su internet e negli eventi culturali e sportivi Su giornali e Tv niente più sigarette. E neppure negli eventi sportvi. Diventa, infatti, operativa, a partire da oggi, la direttiva dell'Unione europea che vieta la pubblicità del tabacco. Nello specifico, la norma pone il divieto di pubblicizzare il tabacco sui media stampati, radio, internet e per la sponsorizzazione di eventi culturali e sportivi transfrontalieri. Ma c'è una scappatoia. La pubblicità nei cinema, con affissioni o vendite, non rientra nel suo campo d'applicazione al pari delle sponsorizzazioni a eventi puramente locali, con partecipanti provenienti da un solo Stato membro. La pubblicità televisiva sul tabacco, in realtà, è vietata nell'Ue già dall'inizio degli anni Novanta ma adesso il giro di vite dà una ulteriore stretta. Nella Unione europea ogni anno circa 650 mila persone muoiono a causa di patologie legate al fumo. Markos Kyprianou, commissario europeo responsabile per la salute e la tutela dei consumatori, ha commentato l'attuazione della direttiva dichiarando: "Vietare la pubblicità del tabacco è uno dei metodi più efficaci per ridurre la tendenza a fumare. Questa direttiva risparmierà vite umane e ridurrà il numero dei cittadini che soffrono di patologie legate al fumo". Si stima che il divieto potrebbe ridurre del sette per cento le percentuali di fumatori. N.B. Si è calcolato che nel mondo ogni ora muoiono a causa del fumo di sigaretta 700 persone. Dato l'aumento esponenziale dei fumatori nei paesi in via di sviluppo, l'OMS ha previsto che in queste aree nel 2020 moriranno ogni anno a causa del fumo di tabacco ben 8,4 milioni di persone.
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Fonte: L'Eco di Bergamo - Homepage - 01/08/2005
In un anno già record per le tempeste tropicali - non era mai successo che nella prima metà di luglio quattro uragani si levassero dall'Oceano Atlantico -, un gruppo di ricercatori americani mette in guardia dalla minaccia di una nuova generazione di «super-uragani», influenzati ed alimentati dall'effetto serra. Secondo gli scienziati del Massachusetts Institute of Technology (Mit), il surriscaldamento globale ha già provocato un'intensificazione dei fenomeni tropicali e potrebbe contribuire a rendere gli uragani futuri più grandi e violenti di quelli visti negli anni passati, aumentando il rischio di tragedie con vittime e danni. Secondo lo studio, pubblicato dalla rivista «Nature», gli uragani, dagli Anni Settanta in poi, sono cresciuti di circa il 50 per cento in durata ed intensità. La crescita, sostengono gli scienziati, sarebbe direttamente collegata alle temperature dei mari che continuano ad aumentare (specialmente nell'Oceano Atlantico e nei Caraibi, proprio là dove gli uragani sono di casa). Le acque, surriscaldandosi, forniscono energia alle tempeste tropicali, aumentandone il vortice e l'altezza. I risultati dello studio, secondo cui l'effetto serra alimenterebbe gli uragani trasformandoli in «super-uragani», senza però causarne di nuovi, corregge precedenti previsioni meteorologiche, secondo cui il surriscaldamento globale non influenzerebbe la grandezza degli uragani almeno fino al 2050.
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Fonte: INDIA For Indian Tamils genocide is underway in Sri Lanka - Asia News - 03/08/2005
Pechino (AsiaNews/AFP) – Per produrre l’energia necessaria a fronteggiare la crisi di questa estate, la Cina sta facendo sempre più affidamento sul carbone, causando alti tassi di inquinamento ambientale in patria e all’estero. La rapida crescita della domanda sta spingendo il Paese ad impiantare più centrali a carbone, meno costose e più veloci da costruire rispetto a quelle nucleari o idroelettriche. La combustione che utilizza questo minerale, però, emette una grande quantità di anidride solforosa e di altri agenti inquinanti, responsabili di piogge acide e di malattie respiratorie. “L’inquinamento è un problema che si sta aggravando negli ultimi anni. Il tasso del 2003 era di molto superiore rispetto al 2002”, ha detto il direttore della divisione per l’atmosfera dell’Amministrazione di Stato per la tutela ambientale, Wang Jian. Dal 2000 al 2002, infatti, le emissioni inquinanti erano diminuite, grazie agli sforzi del governo per contenere il problema, ma l’anno scorso il livello è aumentato di circa il 12% rispetto al 2002, secondo cifre ufficiali. Non è un caso che nel 2003 la disponibilità energetica abbia registrato un aumento del 15%, grazie soprattutto allo sfruttamento di carbone, dal quale dipende circa il 75% della produzione energetica cinese. “Non ci sono, per ora, prospettive di miglioramento, in quanto la grave crisi energetica rende impossibile pensare di non costruire nuove centrali”, ha dichiarato Wang. Il governo ha condotto degli studi sull’impatto dell’inquinamento, ma non ne ha mai pubblicato i risultati definendoli “ancora non abbastanza completi e scientifici”. La World Bank, però, ritiene che in Cina 400 mila persone all’anno muoiono per malattie causate dall’inquinamento. Le patologie più frequenti sono disturbi cardiaci e polmonari. Pur riconoscendo la sua responsabilità sulla questione, la Cina non considera ancora in modo serio il problema ambientale, posponendolo a quello dello sviluppo economico. Il Governo ha imposto alle centrali misure anti-inquinamento, come l’adozione di sistemi in grado di pulire le emissioni, ma non ha verificato in modo adeguato la loro applicazione. “Esiste anche una tassa sull’inquinamento, ma è così irrisoria che alle industrie conviene pagarla piuttosto che ripulire i loro impianti”, ha dichiarato Dan Millison, specialista in ambiente ed energia della Banca asiatica di sviluppo. Se si pensa che “per la stessa quantità di produzione economica la Cina sta consumando il 57% di energia in più rispetto all’Indonesia, il triplo della Corea del Sud e 8 volte più del Giappone, lo spreco energetico diventa uno dei nodi fondamentali da sciogliere per la politica del Governo”, ha aggiunto Millison. Il fenomeno assume un’entità più grave se si considera che colpisce anche i Paesi limitrofi. Esperti internazionali ritengono che più del 40% dell’inquinamento atmosferico in Giappone e Corea del Sud sia causato dalla Cina. “In Corea del Sud, d’estate, tutti hanno la tosse, anche le persone di buona salute”, afferma Boo-Kyung-Jin del Korean Energy Economics Institute. Entrambi i Paesi, intanto, stanno raccogliendo dati per provare la responsabilità della Cina nell’ “esportazione di inquinamento” con la speranza di spingere Pechino ad agire in modo concreto. Dati di inquinamento proveniente dalla Cina cominciano a registrarsi anche in America del Nord.
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Fonte: Ecplanet - 15/08/2005
Deserti in movimento in Africa meridionale a causa del riscaldamento climatico. L'allarme arriva da un articolo pubblicato sulla rivista “Nature” dal geografo David Thomas dell'Università di Oxford in Gran Bretagna che ha simulato al computer che cosa succederebbe ai deserti se le temperature continuassero a salire con i ritmi che hanno seguito fino a oggi. I risultati sono preoccupanti: i primi deserti a mettersi in modo sarebbero quelli del Botswana e della Namibia entro il 2040. Poi toccherà a quelli dell'Angola, dello Zimbabwe e dello Zambia attorno al 2070 per finire con una ripresa generale del movimento delle dune di sabbia dal Sud Africa all'Angola entro la fine del secolo. Tutto questo avrà un pesante effetto sull'economia dei paesi interessati, dal momento che il deserto si mangerà terreni coltivabili in abbondanza. Ovviamente le dune non si spostano nel senso vero e proprio del termine. Al contrario vengono smantellate, granello per granello, dai venti e ricostruite poco più in là. Di solito però le dune sono ancorate al suolo: e così è ancora oggi per quelle dei deserti africani meridionali. Di fatto sono rimaste stabili negli ultimi 10 000 anni e sono oggi sfruttate nella povera agricoltura e pastorizia di quelle regioni. Il motivo della stabilità è molto semplice e dipende dalla presenza di vegetazione sulle pareti delle colline di sabbia. Se circa il 14% della superficie della duna è coperta da arbusti e erbe, la capacità del vento di spostare i granelli di sabbia è ridotta. Secondo Thomas, il riscaldamento globale romperà questo equilibrio. L'aumento delle temperature nelle regioni tropicali comporterà un aumento dell'erosione delle dune da parte dei venti. Alcune previsioni suggeriscono che l'erosione raddoppierà in Africa australe entro il 2100 e negli Stati più settentrionali della regione potrebbe addirittura quadruplicarsi. Questo accadrà perché si ridurranno le precipitazioni in modo tale che la vegetazione che funge da ancora per le dune a poco a poco scomparirà. Anche se le precipitazioni non dovessero diminuire o al contrario aumentassero di poco, ad aumentare sarebbe comunque l'evaporazione dell'umidità dal suolo a causa delle temperature più alte. E le piante morirebbero ugualmente. Questa notizia è stata diffusa dall'agenzia “ZadiG”.
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Fonte: Corriere della Sera - 17/08/05
di GIOVANNI SARTORI Da parecchi anni il giro dell’Agosto è per me il giorno del rendiconto ecologico. Come sta la salute della Terra? Come andiamo con l’ambiente, con l’inquinamento atmosferico, con il clima, con l’esaurimento delle risorse? Va da sé che su tutto il fronte andiamo peggio. Va da sé perché non vogliamo né vedere né affrontare la realtà. Sì, finalmente il protocollo di Kyoto è diventato operativo. Applaudo perché qualcosa è sempre meglio che nulla. Ma i rimedi di Kyoto sono largamente insufficienti. Eppure il Texano tossico, il presidente Bush, non solo continua a rifiutarli, ma si ingegna anche a sabotarli accordandosi con India, Cina e una manciata di altri Paesi su una cosiddetta «soluzione alternativa» (lo sviluppo di alte tecnologie pulite) che però non viene seriamente finanziata e che comunque non sarebbe alternativa ma complementare. Sì, un’altra buona notizia è che la comunità scientifica è sempre più convinta e concorde nel denunziare la gravità della situazione e che, correlativamente, le voci dei lietopensanti che ci raccontano che tutto va bene sono sempre più fioche e sempre più contraddette da valanghe di dati, da valanghe di smentite. Però, però. Tre anni fa i lietopensanti sono stati rassicurati dalle balordaggini di un certo Lomborg (sconfessato dai suoi stessi colleghi della «Commissione danese sulla disonestà scientifica»); e quest’anno fa già furore il romanzo Lo Stato di Paura di Crichton, la cui tesi è che il riscaldamento globale è l’invenzione di scienziati e giornalisti al servizio di interessi politici ed economici il cui proposito è di preservare «i vantaggi politici dell’Occidente e favorire il moderno imperialismo nei confronti dei Paesi in via di sviluppo». Questa è soltanto una tesi dogmatico-marxista rispolverata negli anni ’70. Ma se un logoro vetero-marxismo viene rimesso a nuovo da un autore di thriller che sa vendere milioni di copie, allora «l’imbroglio anti-ecologico» riprende fiato. Il guaio è che sul drammatico problema della «Terra che scoppia» (di sovrappopolazione) e che si autodistrugge, i media, gli strumenti di informazione di massa, non mobilitano l’opinione e non si impegnano più di tanto. Forse perché sono frenati da una colossale rete di interessi economici tutta progettata e proiettata nell’assurdo perseguimento di uno sviluppo illimitato, di una crescita infinita. Comunque sia, il fatto dell’anno è che su questo cieco «sviluppismo» sta cadendo addosso una bella tegola. In questi giorni il costo del petrolio greggio si è avvicinato ai 70 dollari, e quindi al record massimo di un quarto di secolo fa di 80 dollari (costo ragguagliato a oggi) che produsse allora una grave crisi di stagflazione. Cosa succede? Il petrolio sta diventando scarso? Per il grande (ciarlatano) Lomborg non sarebbe possibile: lui ci assicura riserve per 5.000 anni. Ma anche i petrolieri ci rassicurano: abbiamo riserve per 50 anni (due zeri meno di Lomborg) e la stretta è colpa degli impianti di raffinazione. Ma a parte il fatto che 50 anni sono pochissimi, questa tranquillizzazione è un inganno. Nei prossimi venti anni la popolazione sarà ancora in aumento (quest’anno, saremo ancora 70-75 milioni in più), e si prevede che il fabbisogno energetico mondiale - con lo sviluppo dell’India e della Cina - crescerà del 50 per cento. Per questo rispetto siamo già allo stremo. Il campanello d’allarme è squillato dal 1980. E noi cosa abbiamo fatto e stiamo facendo? Ancora niente. Leggiamo e arricchiamo Crichton. Bravi, bravi.
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Fonte: Newton - 22/08/2005
Tonni, marlin azzurri, merluzzi dell'Artico, cernie tropicali, a questo ritmo fra qualche decennio potrebbero diventare delle rarità negli oceani. Secondo un rapporto della canadese Dalhousie University di Nova Scotia, pubblicato dalla rivista Science, negli ultimi 50 anni il numero dei pesci predatori che abitano gli oceani è calato drasticamente e per alcune specie si è dimezzato. La causa è da attribuire alla pesca su scala industriale che ha colpito indistintamente sia le specie che vivono in aperto oceano, sia quelle nei fondali tropicali e polari. Gli studi hanno dimostrato che per provocare un declino significativo in una specie di pesci, l'industria della pesca impiega solamente da 10 ai 15 anni. ''Ma i metodi di pesca non sono i soli ad avere danneggiato l'ecosistema marino - ha spiegato il dottor Boris Worms, uno degli autori dello studio - anche l'effetto serra ha pesantemente inciso sull'equilibrio marino". Molti pesci sono, infatti, deceduti in seguito ai bruschi cambiamenti di temperatura dovuti al surriscaldamento terrestre. Worms fa riferimento anche a El Nino, il fenomeno meteorologico che periodicamente si ripropone nell'Atlantico e condiziona gli effetti della corrente del Golfo, tra l'altro provocando morie di pesci in America del Sud con l'arrivo di acqua insolitamente calda. "Queste sono specie che devono necessariamente vivere in temperature né eccessivamente calde, né troppo fredde'', ha spiegato Worms. Nel rapporto (il primo di questo genere che offre una mappatura delle diverse specie di pesci predatori) Worms e gli altri ricercatori hanno utilizzato e paragonato tra di loro dati provenienti dal Giappone, America ed Australia, giungendo alla conclusione che la decimazione dei grandi predatori come tonni e marlin azzurri coinvolge soprattutto cinque zone diverse: la Florida orientale, le Hawaii, la barriera corallina in Australia, lo Sri Lanka, e il Sud del Pacifico. Il ridimensionamento numerico dei grandi predatori non solo minaccia l'esistenza delle stesse specie e delle industrie che dipendono da loro ma, secondo i dati raccolti, potrebbe provocare modifiche a tutti gli ecosistemi oceanici. ''E' necessario un intervento delle autorità internazionali per vietare la pesca in queste zone. E' necessario proteggerle, o in venti anni, le maggiori specie di pesci saranno estinte'', conclude Worms.
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