![]() |
|
|||||||
|
Se trovi interessante quello che vedi, puoi segnalarlo ai tuoi amici sui Social Network! |
|
|
Tweet |
|
![]() |
|
|
LinkBack | Strumenti della discussione | Cerca in questa discussione | Modalità di visualizzazione |
|
|||
|
di Stefania Petraccone L'inquinamento da PM10 estivo è più dannoso alla salute di quello invernale, il PM2,5 invernale, ricco di idrocarburi, causa alterazioni nel Dna delle cellule polmonari; le particelle ultrafini (PM1) sono responsabili di effetti cardiocircolatori e di alterazioni funzionali in altri organi. Sono questi i risultati parziali della seconda parte del progetto «Tosca» (Tossicità del particolato atmosferico e marker molecolari di rischio) realizzato dal Centro Polaris (Polveri in Ambiente e Rischio per la Salute) del dipartimento di Scienze dell'Ambiente e del Territorio dell'Università di Milano-Bicocca per valutare la tossicità del particolato atmosferico in ambiente urbano e finanziato da Fondazione Cariplo. I dati sono stati presentati, presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca. I risultati dello studio sono stati presentati dalla prof.ssa Marina Camatini (biologo cellulare), dal prof. Ezio Bolzacchini (chimico dell'atmosfera) dal prof. Giancarlo Cesana (epidemiologo) docenti dell'Università di Milano-Bicocca e dal prof. Paolo Carrer (medico del lavoro) docente dell'Università di Milano, con la partecipazione del prof. Joel Schwartz, docente di Epidemiologia Ambientale presso l'Harvard University di Boston, esperto degli effetti del PM sulla salute pubblica che nel suo intervento ha affermato che «l'inquinamento atmosferico fa più morti di Aids, cancro a prostata e mammella messi insieme». Il progetto di durata triennale, iniziato nel luglio 2008, esamina per la prima volta le ricadute del particolato atmosferico di Milano sulla salute umana. L'indagine multidisciplinare prevede campionamenti e caratterizzazione del PM fine e ultrafine, analisi di tossicità in vitro e in vivo, e indagini sulle ricadute cliniche. L'ultima fase prevede la valutazione di 15mila ricoveri ospedalieri e 1,5 milioni di prescrizioni farmaceutiche in Lombardia. L'obiettivo principale di questo progetto è di valutare la tossicità del PM campionato in ambiente urbano, mediante lo studio degli effetti, e il conseguente livello di rischio per la salute, in funzione delle diverse frazioni dimensionali (comprese particelle ultrafini) e della composizione chimica del PM. I risultati finali saranno poi interpretati a seconda della variabilità stagionale della concentrazione e composizione del PM, delle sorgenti di emissione e delle predisposizioni individuali delle categorie di popolazione considerata. Obiettivo finale sarà la correlazione tra i dati chimici, biologici, clinici e epidemiologici per l'individuazione di marker molecolari associabili alle diverse tipologie e ai diversi livelli di rischio, per definire la «carta d'identità» del particolato atmosferico di Milano Com'è articolato lo studio Lo studio è articolato in quattro parti: caratterizzazione del particolato atmosferico, sperimentazione biologica, risultati clinici ed epidemiologia. «A garanzia di un elevato livello di correlabilità dei risultati ottenibili il progetto si avvale della competenza di ricercatori con affermata esperienza in discipline chimiche, biologiche e mediche» ha affermato la Camatini, responsabile scientifica del «Tosca». I ricercatori fanno parte dei dipartimenti di Scienze dell'Ambiente e del Territorio, di Medicina Clinica e Prevenzione e di Medicina Sperimentale dell'Università di Milano-Bicocca, del dipartimento di Medicina del lavoro e dell'Ambiente e dell'Istituto di Tisiologia e malattie dell'apparato respiratorio dell'Università degli Studi di Milano. I risultati finora raggiunti hanno evidenziato che: - l'inquinamento da PM10 estivo, ricco di endotossine batteriche produce, sulle cellule alveolari dei polmoni, tossicità e infiammazione più rilevanti rispetto al PM10 invernale, - il PM2,5 invernale ed estivo inducono una risposta infiammatoria meno importante rispetto al PM10; - il PM2,5 invernale, ricco di idrocarburi, causa alterazioni nel Dna delle cellule polmonari; - il PM2,5, più in generale, risulta meno tossico per le cellule rispetto al PM10; - le particelle ultrafini (PM1) sono responsabili di effetti cardiocircolatori e di alterazioni funzionali in altri organi. Campionamento e caratterizzazione chimico fisica del PM I campionamenti delle frazioni di PM10, PM2,5, PM1, e PM0,4 sono state effettuate dal gruppo di ricerca del prof. Ezio Bolzacchini tra luglio e settembre 2008 e tra novembre 2008 e febbraio 2009 nel sito Torre Sarca (situato nella zona nord-est di Milano) ad alto traffico veicolare, rappresentativo dell'ambiente atmosferico urbano di Milano. I campioni sono stati poi caratterizzati per la loro composizione chimica e microbiologica (una componente potenzialmente co-responsabile delle risposte infiammatorie e allergiche scatenate dall'inquinamento atmosferico), creando successivamente una banca dati dei risultati ottenuti. Le analisi di concentrazione del PM fine (PM2,5) hanno rivelato alte concentrazioni con una media annuale nel 2008 di 34 µg/m3, evidenziando la difficoltà di rientrare nei limiti previsti dalla nuova Direttiva quadro 08/50/CE del 21 maggio 2008 che pone come «valore obiettivo» 25 µg/m3 da raggiungere al 1°gennaio 2010. In inverno circa l'80 % del PM10 è costituito dalla frazione fine, mentre in estate è circa il 60 %. In estate vi è un contributo importante del particolato di origine secondaria che si forma per reattività fotochimica, come i solfati e gli acidi carbossilici. In inverno si ha un maggior contributo di composti organici da combustione: gli idrocarburi policiclici aromatici(Ipa) incrementano di 4-5 volte rispetto al particolato estivo. Gli studi microbiologi hanno evidenziato notevoli differenze nella composizione delle comunità batteriche tra i PM estivi e quelli invernali. È di rilevante importanza la presenza nella stagione estiva di popolazioni numerose di microrganismi normalmente associati alla vegetazione, che, data la composizione della loro parete cellulare, possono contribuire al potenziale infiammatorio del PM estivo. È stato inoltre dimostrato che molti microrganismi associati al particolato atmosferico portano resistenze alle più comuni classi di antibiotici, ma la possibilità di trasmissione di queste resistenze a microorganismi patogeni è stata ritenuta poco probabile, facendo escludere al momento un rischio per la salute dovuto alla diffusione di resistenze ad opera dei microorganismi del PM. Analisi tossicologiche e cliniche I campioni di PM10, PM2,5, PM1 e PM0,4 sono stati utilizzati per le analisi sui modelli in vitro e in vivo. Colture di cellule polmonari umane sono state esposte ai diversi particolati per valutare la mortalità cellulare e le risposte infiammatorie. Tali esperimenti, sono stati condotti dal team della prof.ssa Marina Camatini. Le analisi hanno mostrato che l'esposizione a PM10 estivo induce nelle cellule e nei tessuti polmonari un forte stato infiammatorio acuto dovuto alla maggior dimensione delle particelle e all'abbondanza di endotossine batteriche. L'attivazione di risposte infiammatorie di difesa è molto meno efficace nei sistemi biologici trattati con PM fini invernali. Le particelle più fini e ricche di composti organici come gli Ipa attivano invece vie metaboliche che portano a danni di tipo genotossico (danni al Dna) e ad alterazioni del normale ciclo cellulare. I dati preliminari sugli effetti delle particelle ultrafini (PM1 e PM0,4) su cellule e polmoni indicano la bassa capacità di questo particolato di indurre stati infiammatori acuti, ma maggiori interferenze sul sistema della coagulazione sanguigna, suggerendo un'influenza delle particelle più piccole sul sistema cardio-circolatorio. Effetti sulla salute Tre unità di ricerca coordinate rispettivamente dal prof. Paolo Carrer, docente di Medicina del Lavoro all'Università di Milano, dal prof. Pietro Alberto Bertazzi, del Dipartimento di Medicina del Lavoro dell'Ospedale Maggiore Policlinico e dal prof. Alberto Pesci, pneumologo della clinica di Pneumologia dell'Università di Milano-Bicocca/Ospedale San Gerardo di Monza, si sono occupate dell'indagine del rapporto tra esposizione allo smog ed effetti sull'organismo umano. Questa ricerca è stata effettuata su 81 soggetti residenti nell'area milanese, selezionati in base a caratteristiche adeguate allo studio, esposti a inquinamento atmosferico sia professionalmente sia durante la normale vita quotidiana. Questi risultati verranno utilizzati per lo studio di parametri funzionali, biochimici e genetici. Il professor Pesci, in particolare, ha seguito un gruppo di vigili urbani sani e non fumatori e i risultati indicano la presenza di un danno polmonare legato al particolato fine, con un trend che sembra essere in relazione agli anni di servizio. Il prof. Bertazzi, invece ha concentrato i suoi studi su un gruppo di lavoratori di una acciaieria per poter valutare alcuni parametri relativi all'attivazione del Dna. L'acciaieria è un ambiente in cui le polveri sottili sono molto alte e i lavoratori sono quindi soggetti ad una esposizione intermittente che permette di analizzare gli effetti sul Dna a fine turno, facendo confronti con i valori registrati all'inizio del turno. Dai primi risultati è emerso che i geni infiammatori vengono riprogrammati completamente dalle polveri sottili, predisponendo il lavoratore alla trombosi. L'esposizione al PM è sempre più alta nel periodo invernale, quando il contributo dei livelli di PM esterno è maggiore. Inoltre è stato osservato che la permanenza in ambienti chiusi, ove avviene cottura di cibo con fiamma, e l'uso dell'autovettura determinano un significativo incremento dell'esposizione a particelle ultrafini. Le diverse frazioni del PM hanno evidenziato effetti differenziati sui parametri clinici indagati: la frazione più grossolana (PM10) induce processi infiammatori, mentre la frazione più fine (PM1)interferisce sui meccanismi legati alla coagulazione del sangue. I dati di fisiopatologia polmonare nelle categorie esposte professionalmente, indicano che l'esposizione prolungata determina nel corso degli anni una riduzione della performance respiratoria con una correlazione tra gli anni di servizio ed un aumento dell'infiammazione di fondo. In sintesi questi risultati confermano i risultati ottenuti nei sistemi sperimentali di laboratorio: il PM induce uno stato infiammatorio polmonare e sistemico, con l'attivazione significativa di fenomeni coagulatori. Parallelamente a questi studi vengono condotti studi epidemiologici in grado di correlare i dati di ospedalizzazione reperibili da fonti ufficiali, con le concentrazioni, e con i risultati più rappresentativi ottenuti dalla caratterizzazione chimica e tossicologica del PM. Studi epidemiologici Le analisi epidemiologiche sono effettuate dal gruppo guidato dal prof. Giancarlo Cesana, docente di Medicina del Lavoro nell'Università di Milano-Bicocca, e finora sono stati valutati gli andamenti dei ricoveri per motivi legati a patologie respiratorie e cardiovascolari nel 2005 e del consumo di specifici farmaci in relazione ai diversi livelli di esposizione all'inquinamento della popolazione lombarda. Sono infatti in fase di valutazione 15mila ricoveri ospedalieri e 1,5 milioni di prescrizioni per valutare eventuali variazioni imputabili all'inquinamento atmosferico. La popolazione di riferimento è costituita da circa 460mila residenti nei comuni di Monza, Sesto San Giovanni, Bergamo, Sondrio, Lodi, Mantova. Le concentrazioni giornaliere di PM10 si riferiscono a dati Arpa Lombardia. Lo studio ha evidenziato che concentrazioni elevate di PM10 danno luogo a un modesto incremento nel numero dei ricoveri sia per patologia respiratoria sia per patologia cardiovascolare, anche se più consistente per la prima tipologia di ricovero. I soggetti giovani e quelli anziani risultano essere più suscettibili dei soggetti di età media e le donne più suscettibili degli uomini ai ricoveri ospedalieri in presenza di forti concentrazioni di PM10. Inoltre, il trattamento con farmaci respiratori o cardiovascolari riduce l'effetto negativo degli inquinanti.
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: Rinnovabili.it - 30/07/2010
Grazie ad un modello climatico unico nel suo genere alcuni ricercatori di Stanford sono riusciti a valutare il contributo del particolato carbonioso sul Global Warming, scoprendo che i suoi effetti sono secondi solo a quelli dell’anidride carbonica La fuliggine proveniente dalla combustione dei carburanti fossili e dai biocombustibili solidi contribuisce al riscaldamento globale molto più di quanto si pensasse. Lo rivela uno studio dell’Università di Stanford che spiega come, a differenza del biossido di carbonio, il particolato carbonioso si soffermi solo poche settimane in atmosfera ma abbia effetti ugualmente importanti in termini climatici. Un contributo, però, fino ad oggi sottovalutato dal mondo scientifico. I ricercatori hanno esaminato gli effetti delle particelle di fuliggine a partire da due tipi di fonti: combustibili fossili come diesel, carbone e benzina, e biocarburanti solidi come il legno, il letame e altre biomasse impiegate per il riscaldamento domestico. Ciò che è stato trovato è che la combinazione di entrambi i tipi di particolato è la seconda causa del riscaldamento globale dopo l’anidride carbonica, il che classifica i suoi effetti addirittura davanti a quelli del metano, un gas ad effetto serra molto importante. Sul fronte salute non è una novità che il ‘nero fumo’ sia considerato potenzialmente dannoso; se è vero che molte ricerche nel tempo hanno evidenziato una certa correlazione tra inquinamento ambientale da particolato carbonioso e morti per cancro, gli scienziati della Stanford hanno scoperto che le emissioni di fuliggine sono responsabili di oltre 1,5 milioni di morti premature in tutto il mondo ogni anno, affliggendo milioni di altri con malattie respiratorie e cardiovascolari. Ma proprio per le sue caratteristiche di labilità – come sopra accennato permane nell’atmosfera solo alcune settimane – ha portato i ricercatori alla conclusione che riducendo la sua produzione si avrà come effetto il rallentamento del ritmo con cui avanza il surriscaldamento globale. Secondo Mark Jacobson, a capo del progetto di ricerca, eliminando il particolato prodotto dalla combustione si potrebbe ridurre il riscaldamento sopra le zone del Circolo Polare Artico, nei prossimi 15 anni, di 1,7 gradi Celsius. La soluzione più semplice nel mondo sviluppato è ovviamente rappresentata dai filtri anti particolato e dalla scelta di una mobilità elettrica. N.B. Per maggiori informazioni leggere la fonte originaria: Best hope for saving Arctic sea ice is cutting soot emissions, says Stanford researcher
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile - 30/07/2010
Il rapporto 2009 State of the Climate pubblicato dalla National oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa) si basa su 10 "key climate indicators" che portano tutti alla stessa conclusione: l'evidenza scientifica che il nostro pianeta si sta riscaldando. Al rapporto dell'Agenzia governativa statunitense hanno lavorato più di 300 scienziati di 160 gruppi di ricerca in 48 Paesi e i dati confermano che l'ultimo decennio è stato il più caldo mai registrato sulla terra e che la temperature globale è cresciuta negli ultimi 50 anni. La Noaa spiega che «Sulla base dei dati globali provenienti da molteplici fonti, il rapporto definisce 10 "planet-wide features" misurabili utilizzate per misurare le variazioni della temperatura globale. Lo spostamento relativo a ciascuno di questi indicatori si rivela coerente con il warming world. Sette indicatori sono in aumento: temperatura dell'aria sulla terra, la temperatura della superficie del mare, la temperatura dell'aria sopra gli oceani, il livello del mare, il calore dell'oceano, l'umidità e la temperatura nella troposfera, lo strato "meteo-attivo" dell'atmosfera più vicino alla superficie terrestre. Tre indicatori sono in calo: il ghiaccio del Mare Artico, la copertura di ghiacciai e neve primaverile nell'emisfero settentrionale». Jane Lubchenco, sottosegretario Usa al commercio per gli oceani e l'atmosfera e amministratrice della Noaa, sottolinea che «Per la prima volta, e in una singola e convincente comparazione, l'analisi mette insieme più dati dell'osservazione, dalla parte superiore dell'atmosfera fino alle profondità degli oceani. I dati provengono da numerose istituzioni di tutto il mondo. Questi ultimi utilizzano i dati raccolti da diverse fonti, compresi i satelliti, palloni meteorologici, stazioni meteo, navi, boe e indagini sul campo. Queste linee di produzione indipendenti di prove portano tutte alla stessa conclusione: il nostro pianeta si sta riscaldando». Peter Thorne, del Cooperative institute for climate and satellites di Asheville, North Carolina, ha spiegato ai giornalisti che il rapporto tiene conto di un flusso quasi quotidiano di dati sui cambiamenti climatici: «Non una singola analisi è in disaccordo sul fatto che il clima globale stia cambiando. La "bottom line conclusion" è che il riscaldamento del mondo è semplicemente innegabile». State of the Climate evidenzia che «La società umana si è sviluppata per migliaia di anni all'interno di uno status climatico e ora una nuova serie di condizioni climatiche stanno prendendo forma. Queste condizioni sono sempre più calde, ed alcune aree rischiano di vedere eventi più estremi come siccità, piogge torrenziali e tempeste violente». Per Peter Stott, che ha contribuito alla redazione del rapporto e che è a capo del Climate monitoring and attribution dell'United Kingdom met office Hadley centre, «Nonostante la variabilità causata da cambiamenti a breve termine, l'analisi condotta per la presente relazione illustra perché siamo così sicuri che il mondo si stia riscaldando. Quando guardiamo la temperatura dell'aria e altri indicatori climatici, di anno in anno vediamo alti e bassi nei dati a causa della variabilità naturale. Comprendere i cambiamenti climatici richiede di guardare i dati più lungo termine. Quando seguiamo le tendenze decennio per decennio, utilizzando più utilizzo di più data sets e analisi indipendenti di tutto il mondo, vediamo i segni evidenti e inequivocabili di un warming world». Infatti, mentre la variazioni delle temperature annuali spesso riflettono le variazioni climatiche naturali come quelle prodotte da eventi come El Niño/La Niña, le variazioni della temperatura media decennale rivelano le tendenze a lungo termine, come il riscaldamento globale. Secondo il rapporto Noaa ognuno dei tre ultimi decenni è stato molto più caldo del decennio precedente. Il decennio degli anni '80 fu considerato il più caldo mai registrato. Ognuno degli anni '90 è stato più caldo rispetto alla media del decennio precedente. Gli anni 2000 sono stati ancora più caldi. Deke Arndt, co-editore del rapporto e capo della Climate monitoring branch del National climatic data center della Noaa, affronta il tema della percezione del global warming da parte della gente: «L'aumento della temperatura di un grado Fahrenheit negli ultimi 50 anni può sembrare piccolo, ma ha già alterato il nostro pianeta. I ghiacciai e i ghiacci marini si stanno sciogliendo, le forti precipitazioni si stanno intensificando e le ondate di calore sono sempre più comuni. E, come dice il nuovo rapporto, ora c'é l'evidenza che oltre il 90% del riscaldamento degli ultimi 50 anni é andato a finire nei nostri oceani». Anche la Nooa fa presente che «Sempre di più, gli americani assistono agli impatti dei cambiamenti climatici nel loro cortile di casa, incluso l'innalzamento del livello dei mari, l'allungamento delle stagioni, i cambiamenti delle portate dei fiumi, gli aumenti dei nubifragi, lo scioglimento delle nevi e l'aumento della stagione delle acqua libere dai ghiacci. Le persone sono alla ricerca di informazioni pertinenti e tempestive su queste modifiche per informarsi su come prendere decisioni che riguardano praticamente tutti gli aspetti della loro vita». Per questo la Noaa mette a disposizione dei cittadini e delle imprese il Climate Portal ( NOAA Climate Services), compreso un breve video che riassume alcuni dei punti salienti dello State of the Climate Report che è disponibile all'indirizzo BAMS Annual State of the Climate.
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: ARPAT - 17/08/2010
L'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambiente e lavoro (ANSES) francese ha pubblicato un rapporto sui rischi sanitari connessi con l'inquinamento atmosferico tra i lavoratori impegnati nei parcheggi coperti. L'inquinamento atmosferico è causa di effetti sulla salute che sono ben documentati; le concentrazioni degli inquinanti misurati nell’aria di un parcheggio sotterraneo sono più alte delle concentrazioni misurate al di fuori, e anche lungo le strade con più traffico. La questione dei rischi di salute per i lavoratori esposti all’inquinamento prodotto dai veicoli nei parcheggi sotterranei si pone quindi in modo particolare. Sulla base di un'indagine sulle attività professionali in 292 parcheggi coperti in 68 comuni francesi, integrata da osservazioni dell’Agenzia nazionale per il miglioramento delle condizioni di lavoro (Anact), ANSES ha concluso in particolare che: - i lavoratori che svolgono regolarmente il proprio lavoro nei garage sono esposti a rischi sanitari connessi con i livelli di inquinamento atmosferico presente in tali luoghi; - i rischi sono legati ad un'esposizione acuta in particolare al monossido di carbonio (effetti legati a una diminuzione di ossigeno disponibile nel sangue) e al biossido di azoto (effetti sul sistema respiratorio, soprattutto tra i più sensibili, in particolare gli asmatici); - i rischi connessi con l'esposizione cronica sono dovuti principalmente al benzene (cancerogeno di categoria 1), al biossido di azoto, e, in misura minore, alle polveri sottili (PM10) (effetti sulle vie respiratorie e cardiovascolari) e alla formaldeide (irritazione degli occhi); - tra le attività studiate, le operazioni di parcheggio e di pulizia sembrano essere quelle più a rischio. Entrambe le attività sono svolte lungo l’intero orario di lavoro nel parcheggio, e quindi l'esposizione è più alta. Sulla base di questi risultati ANSES ha proposto le seguenti raccomandazioni in particolare al Ministero del Lavoro francese: - valutare e migliorare la qualità dell’aria nei parcheggi coperti, in particolare attraverso l'attuazione delle raccomandazioni già formulate da AFSSET del 20 aprile 2007 (vedi rapporto completo) - non autorizzare attività non essenziali per il funzionamento dei parcheggi che richiedano la presenza di lavoratori in ambiti senza una sufficiente qualità dell’aria (piani interrati, livelli che non contengono grandi aperture, zone non attrezzate di adeguata ventilazione); - ridurre l'esposizione dei lavoratori essenziali per il funzionamento dei parcheggi (accoglienza, sorveglianza, impianti di manutenzione); - rivedere i valori limite d’esposizione professionale delle sostanze inquinanti (VLEP) che interessano i parcheggi (benzene, biossido di azoto, monossido di carbonio); - Rafforzare la vigilanza e la supervisione delle attività professionali nei parcheggi coperti. -------------------------------------------------------------------------------- CHE COS'E' ANSES? E' nata ufficialmente in Francia il 1° luglio scorso, l'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e del lavoro (ANSES). La nuova struttura assorbe l'attività, le risorse ed il personale dell'Agenzia francese per la sicurezza alimentare (AFSSA) e dell'Agenzia Francese Sicurezza Ambiente Salute e del Lavoro (AFSSET). La fusione delle AFSSA e AFSSET è il risultato di un lungo processo di confronto fra le due agenzie pubbliche. L'intento perseguito è quello di avere un'unica agenzia per valutare, prevenire e tutelare i cittadini contro i rischi nella nostra società moderna. L'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambiente ed il lavoro è un ente pubblico sotto il controllo amministrativo dei ministri responsabili della salute, dell'agricoltura, dell'ambiente e del lavoro. La missione dell'Agenzia è quella di effettuare la valutazione dei rischi, fornire alle autorità competenti tutte le informazioni su questi rischi, nonché la competenza e assistenza scientifica e tecnica necessaria per la sviluppo delle normative e dell'attuazione di misure di gestione dei rischi. Svolge compiti di controllo, di allarme e pronto riferimento. Essa definisce, realizza e sostiene programmi di ricerca scientifica e tecnologica. Propone alle autorità competenti qualsiasi misura per tutelare la salute pubblica. Per chi vuole approfondire: Il testo del rapporto
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria Ultima modifica di News; 17-08-2010 a 15:00 |
|
|||
|
Fonte: La Repubblica.it - Homepage - 18/08/2010
di Luigi Bignami C'è un paradosso climatico sul nostro pianeta che stentava a trovare una spiegazione. Ma ora ci sono riusciti ricercatori del Georgia Insitute of Technology, il cui lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science. Il paradosso consistente in questo: l'aumento della temperatura terrestre sta facendo sciogliere i ghiacci del Polo Nord ad una velocità tale che ogni 10 anni essi diminuiscono del 10% la loro superficie. In questi giorni ad esempio, essi si estendono per 8,39 milioni di chilometri quadrati, ossia 1,71 milioni di chilometri quadrati al di sotto della media dell'area misurata tra il 1979 e il 2000. E si estendono per soli 260.000 kmq in più rispetto al 2007, anno in cui si ebbe il minimo assoluto. Secondo gli esperti del National Snow and Ice Data Center degli Stati Uniti non si è arrivati ai valori di due anni fa solo perché da settimane il Polo Nord è interessato a bufere, tempo nuvoloso e temperature relativamente fredde che rallentano il tasso di scioglimento giornaliero (si aggira attorno ai 77.000 kmq al giorno). Al contrario invece, i ghiacci del Polo Sud stanno aumentando di circa l'1% per decade, anche se non in modo omogeneo (i ghiacci della Penisola Antartica infatti, vedono una diminuzione della loro estensione). Come è possibile una così diversa situazione? Risulta facile infatti, spiegare perché i ghiacci del Polo Nord si sciolgono così velocemente: l'aumento della temperatura terrestre infatti, nella regione artica, in questi anni ha toccato valori di 4°C sopra le medie dell'ultimo secolo. Mentre non è chiaro perché al Polo sud oltre a non esserci una diminuzione dell'estensione glaciale c'è addirittura un loro aumento. E c'è da chiedersi se questo fenomeno continuerà in futuro. Ecco la risposta di Jiping Liu, un ricercatore del Georgia Insitute of Technology: "Attualmente, con il crescere della temperatura terrestre si determina, tra l'altro, un aumento dell'evaporazione dei mari che circondano l'Antartide. Il vapore acqueo si trasforma in neve che precipita sul continente antartico e la quantità di tali precipitazioni produce un aumento di ghiaccio che è superiore a quello che viene sciolto al di sotto delle lingue glaciali che dalla calotta antartica arrivano in mare, in seguito all'aumento di temperatura di quest'ultimo. Altri ricercatori inoltre, avevano avanzato anche l'ipotesi che il buco dell'ozono abbia creato una circolazione di venti molto freddi che tengono l'Antartide ad una temperatura assai bassa, tale che l'aumento della temperatura globale del pianeta non riesce ad interessare il continente. Ma la situazione tenderà a mutare velocemente. "Prendendo come riferimento i modelli climatici che indicano un aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera ancora per l'attuale secolo - piega Liu- ben presto lo scioglimento dei ghiacci da parte dell'acqua oceanica sopravarrà la quantità di neve che cadrà sulla calotta antartica, anche perché le temperature potrebbero portare una notevole quantità di precipitazione piovose anche sui bracci di ghiaccio che arrivano in mare". E a questo c'è da aggiungere un altro fattore: la diminuzione del buco dell'ozono determinerà un aumento della temperatura che sarà causa di uno scioglimento anche dei ghiacci che appoggiano sul continente. Queste situazioni, che potrebbe avverarsi nell'arco di pochi decenni, porteranno ad un'inversione della tendenza dei ghiacci antartici a crescere e dunque a una situazione che verrà a pareggiarsi con quella del Polo Nord. N.B. Per maggiori informazioni leggere la fonte originaria: Jiping Liu and Judith A. Curry Accelerated warming of the Southern Ocean and its impacts on the hydrological cycle and sea ice PNAS published ahead of print August 16, 2010, doi:10.1073/pnas.1003336107
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: oneGreenTech - 25/08/2010
di Carlo Lavalle Tetti freddi sugli edifici pubblici USA Il Dipartimento per l’Energia USA si adopererà per installare nel prossimo periodo il maggior numero possibile di “tetti freschi o freddi“, i cosiddetti cool roof, sugli edifici pubblici. Steven Chu, a capo del DOE (Department of Energy), ha annunciato una serie di iniziative per promuovere questa tecnologia che permette di ottenere risparmio energetico e riduzione di emissioni di gas serra. Un tetto freddo implica l’utilizzo di superfici di colore chiaro o di rivestimenti speciali in modo da riflettere la radiazione solare migliorando l’efficienza energetica di un’abitazione e diminuendo inoltre i costi di raffreddamento. Il valore della “freddezza” è dato dall’indice di riflettanza solare (SRI) e dalla capacità di emittanza termica. Maggiore è la riflettanza e/o emittanza, minore è la temperatura di una superficie che comporta una diminuzione del calore trasferito in un edificio. In base ad uno studio condotto da ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory (LBNL) l’intervento su tetti e pavimentazione andrebbe ad incidere significativamente sul cosiddetto effetto “isola di calore urbano” che modifica il microclima cittadino provocando un’anomalo rialzo delle temperature. Investendo sull’introduzione di tetti freddi su scala globale si può dunque contribuire al raggiungimento degli obbiettivi di mitigazione del riscaldamento globale e di riduzione delle emissioni climalteranti. N.B. Per maggiori informazioni leggere le linee guida stilate dal Dipartimento per l'Energia USA sui tetti freddi: http://www1.eere.energy.gov/femp/pdfs/coolroofguide.pdf
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: ANSA - 31/08/2010
Il capo del Gruppo Intergovernativo dell'Onu sui cambiamenti climatici, l'indiano Rajendra Pachauri, ha rimesso oggi il mandato agli stati membri dopo esser stato criticato per avere commesso "deplorevoli errori" preannunciando tre anni fa la scomparsa prematura dei ghiacciai dell'Himalaya. Rispondendo a una domanda sulle sue possibili dimissioni Pachauri ha detto oggi all'Onu che "la questione deve essere discussa da tutti i governi del mondo" nel corso della riunione in ottobre dell'Ipcc a Pusan in Corea del Sud. Le dichiarazioni di Pachauri coincidono con la pubblicazione, oggi all'Onu, di un rapporto commissionato dal gruppo di esperti premio Nobel per la pace assieme all'ex vicepresidente Al Gore: pur riaffermando la realtà del riscaldamento del pianeta, i 'revisori' dell'operato dell'Iccp guidati dallo scienziato di Princeton Harold Shapiro hanno suggerito che l'organismo deve riformarsi radicalmente al suo interno per evitare di commettere nuovi errori. Il rapporto 2007 (oltre tremila pagine e che citava oltre diecimila saggi scientifici) aveva annunciato la scomparsa dei ghiacciai himalayani entro il 2035: era stato sbugiardato da esperti del Wwf indiani che ne avevano ricondotto le affermazioni a un'intervista a un professore indiano, Syed Hasnain, pubblicata dalla rivista New Scientist nel 1999 ma mai comprovata scientificamente. La gaffe si era rivelata un boomerang per i difensori del clima: aveva portato acqua a chi sostiene che le Cassandre dell'effetto serra basano le loro affermazioni su dati emotivi, non su solide ricerche scientifiche. Lo stesso Pachauri lo scorso gennaio aveva ammesso che le previsioni sui tempi di scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya contenute nel documento del 2007 erano state "un deplorevole errore collettivo" ma si era all'epoca rifiutato di rassegnare le dimissioni. Il capo dell'Ipcc aveva però invitato a una pausa di riflessione confluita nelle nuove critiche del dossier approdato oggi all'Onu. Il gruppo delle Nazioni Unite sul clima deve fare previsioni "solo quando ci siano prove sufficienti", si legge nel rapporto appoggiato dalle Accademie delle Scienze di un centinaio di Paesi.
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: Corriere della Sera - 13/09/2010
di Danilo Taino Anche le buone notizie si portano problemi. L'Agenzia europea per l'ambiente (Eea) ha fatto sapere che, grazie alla recessione, nel 2009 le emissioni di gas serra nei Paesi della Ue sono crollate e, ormai, l'obiettivo che i 27 Paesi si erano dati, cioè di tagliarle del 20 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, è quasi raggiunto: complessivamente, i 27 Paesi l'anno scorso hanno emesso il 17,3 per cento in meno di vent'anni fa. La crisi economica si è insomma trascinata una coda buona. Il problema è che la riduzione positiva dei gas immessi nell'atmosfera, probabilmente avvenuta anche nel resto del mondo, tende a rallentare gli impegni nei confronti dei cambiamenti climatici. Il fatto che l'economia rimanga debole non aiuta. L'Eea ha calcolato che i gas serra emessi nel 2009 siano diminuiti del 6,9 per cento rispetto all'anno precedente, sia che il calcolo avvenga sui 27 Paesi della Ue o sui 15, escludendo cioè gli arrivi più recenti dell’Est europeo. La ragione sta in parte nell'aumento dell'uso di energie alternative, cresciute dell'8,3 per cento, ma soprattutto nel crollo della produzione industriale. L'uso di combustibili fossili (carbone, petrolio e metano), di gran lunga le maggiori fonti di energia, è sceso del 5,5%, in particolare in settori che divorano energia come le industrie del cemento, della chimica, dell'acciaio. Oltre alla caduta delle emissioni nei 27 Paesi della Ue, il risultato della contrazione economica è stato un crollo storico delle emissioni anche tra i 15: del 12,9 per cento rispetto al 2008, cioè per la prima volta meglio degli obiettivi che Bruxelles aveva firmato nel trattato di Kyoto, che richiedevano per quel periodo un taglio dell'otto per cento. Nel 2010, con una certa ripresa economica in corso, le emissioni torneranno probabilmente a salire, ha notato la stessa Eea. È però chiaro che i nuovi dati cambiano lo scenario delle trattative internazionali sulla lotta ai cambiamenti climatici, arenate dopo il mezzo fallimento della Conferenza Onu di Copenaghen lo scorso dicembre. Da una parte, abbassano il senso di urgenza che fino al 2009 è stato molto elevato in tutto il mondo occidentale. Dall'altra, offrono la possibilità di dare un colpo forte al livello globale delle emissioni, dal momento che il calo registrato in Europa è quasi certamente vero anche per gran parte del resto del mondo. Il primo appuntamento per verificare quale di questa due tendenze avrà la meglio sarà la Conferenza Onu sul clima, a novembre in Messico. Già si sa che non si arriverà nemmeno quest'anno a trovare un accordo per un trattato vincolante che sostituisca quello di Kyoto, in scadenza. Si tratterà di vedere se, ciò nonostante, il mondo riuscirà a fare passi avanti. Per quel che riguarda l'Unione Europea, i ministri dell'Ambiente di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno già segnalato il desiderio di fare un passo ulteriore nella lotta all'effetto serra e di alzare il target del taglio delle emissioni dal 20 al 30% entro il 2020. E sabato 11 settembre la commissaria europea al Clima, Connie Hedegaard, ha chiesto alla Ue di essere più ambiziosa. Non tutti i Paesi europei sono d'accordo, finora Italia in testa. E anche una serie di organizzazioni dell'industria europea si oppongono a una misura che, se presa in modo unilaterale, penalizzerebbe la competitività delle imprese europee rispetto alle altre. L'Italia, in particolare, sarebbe chiamata a uno sforzo considerevole: l'anno scorso la recessione pare abbia ridotto le emissioni del nove per cento, ma fino al 2008 il Paese era in ritardo, con addirittura un aumento delle emissioni di quasi il cinque per cento rispetto al 1990.
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: Zeroemission.Tv - 17/09/2010
L’ozonosfera (lo scudo che protegge la vita sul nostro pianeta dai pericolosi raggi ultravioletti provenienti dal sole) ha smesso di assottigliarsi e a cavallo della metà di questo secolo potrebbe tornare ai livelli di oltre 30 anni fa. La buona notizia è arrivata ieri in occasione della Giornata Internazionale per la Preservazione dello strato di ozono, lanciata dall’Onu nel 1994, per celebrare l’anniversario della firma, nel 1987, da parte di 196 paesi, del Protocollo di Montreal per la messa al bando delle sostanze killer dell’ozono come i Cfc (clorofluorocarburi). E’ il risultato di un nuovo rapporto dal titolo ‘Scientific Assessment of Ozone Depletion 2010’, realizzato con la collaborazione di circa 300 scienziati, e presentato ieri dall'Organizzazione metereologica mondiale, che ha stilato il documento assieme al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). “L’ozono complessivamente, compreso quello sopra le regioni polari, non diminuisce più, ma non sta ancora aumentando”, ha spiegato Len Barrie, dell'Organizzazione metereologica mondiale. Gli scienziati, tuttavia, sono ottimisti proprio grazie ai risultati ottenuti dall’eliminazione dal commercio di sostanze come i Cfc presenti in prodotti in elettrodomestici, frigoriferi e bombolette spray. Ma è ancora presto per cantare vittoria. Secondo i ricercatori Onu, lo strato d’ozono si riformerà più lentamente sui Poli. Anzi, il buco sull’Antartico potrebbe addirittura crescere ancora, come conseguenza dei cambiamenti climatici, “che dovrebbero avere una crescente influenza sull'ozono stratosferico nei decenni a venire”. Lo studio, inoltre, mette in guardia dall’aumento della domanda di sostanze utilizzate in sostituzione di quelle messe al bando dal protocollo di Montreal come i Hcfc (idroclorofluorocarburi) e Hfc (idrofluorocarburi). Si tratta di gas serra fino a 14mila volte più potenti dell’anidride carbonica. Tuttavia, il livello delle loro emissioni è destinato a calare nel prossimo decennio grazie alle misure concordate nell'ambito sempre del protocollo di Montreal nel 2007. N.B. Per maggiori informazioni leggere la fonte originaria: http://www.unep.org/Documents.Multil...51&l=en&t=long
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria |
|
|||
|
Fonte: Governo Italiano: Home page - 22/09/2010
Pubblicato in attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa, istituisce un quadro normativo unitario in materia di valutazione e di gestione della qualità dell'aria ambiente finalizzato a: a) individuare obiettivi di qualità dell'aria ambiente volti a evitare, prevenire o ridurre effetti nocivi per la salute umana e per l'ambiente nel suo complesso; b) valutare la qualità dell'aria ambiente sulla base di metodi e criteri comuni su tutto il territorio nazionale; c) ottenere informazioni sulla qualità dell'aria ambiente come base per individuare le misure da adottare per contrastare l'inquinamento e gli effetti nocivi dell'inquinamento sulla salute umana e sull'ambiente e per monitorare le tendenze a lungo termine, nonché i miglioramenti dovuti alle misure adottate; d) mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi; e) garantire al pubblico le informazioni sulla qualità dell'aria ambiente; f) realizzare una migliore cooperazione tra gli Stati dell'Unione europea in materia di inquinamento atmosferico. Ai fini previsti dal comma 1 il presente decreto stabilisce: a) i valori limite per le concentrazioni nell'aria ambiente di biossido di zolfo, biossido di azoto, benzene, monossido di carbonio, piombo e PM10; b) i livelli critici per le concentrazioni nell'aria ambiente di biossido di zolfo e ossidi di azoto; c) le soglie di allarme per le concentrazioni nell'aria ambiente di biossido di zolfo e biossido di azoto; d) il valore limite, il valore obiettivo, l'obbligo di concentrazione dell'esposizione e l'obiettivo nazionale di riduzione dell'esposizione per le concentrazioni nell'aria ambiente di PM2,5; e) i valori obiettivo per le concentrazioni nell'aria ambiente di arsenico, cadmio, nichel e benzo(a)pirene. Si stabiliscono, altresì, i valori obiettivo, gli obiettivi a lungo termine, le soglie di allarme e le soglie di informazione per l'ozono. N.B. E' possibile reperire il decreto compreso di allegati qui: Normativa italiana sull'inquinamento dell'aria
__________________
Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria Ultima modifica di News; 22-09-2010 a 13:36 |
![]() |
| Tag |
| effetto serra, inquinamento, notizie, riscaldamento globale, smog |
| Strumenti della discussione | Cerca in questa discussione |
| Modalità di visualizzazione | |
|
|