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Vecchio 15-06-2009, 11:59
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predefinito Effetto Serra: Accordo sul clima, missione impossibile?

Fonte: QualEnergia. Il portale dell'energia sostenibile. - 15/06/2009

di Leonardo Massai.

La sintesi della 30esima sessione degli incontri degli organi sussidiari della convenzione sui cambiamenti climatici (SBI e SBSTA) e della sesta sessione dei gruppi di lavoro ad-hoc chiamati a definire il futuro della Convenzione e del protocollo di Kyoto è tutta nelle parole del segretario esecutivo della Convenzione Yvo de Boer pronunciate il 11 giugno 2009 in conferenza stampa. Interpellato sulla portata del risultato da conseguire a Copenhagen, quando nel dicembre 2009 la comunità internazionale chiuderà uno degli anni più intensi dei negoziati sul clima, l'olandese de Boer ha riposto molto chiaramente: “it will be physically impossible” avere un accordo preciso e diretto per la lotta ai cambiamenti climatici. Il messaggio proveniente dai vertici della diplomazia climatica a 6 mesi dalla scadenza danese è tanto chiaro quanto allarmante da non richiedere la traduzione.

De Boer ha specificato che il summit di Copenhagen potrà al massimo fornire chiarezza dal punto di vista politico riguardo all'indirizzo della lotta ai cambiamenti climatici per il periodo post-2012, riguardo alla misura in cui i paesi industrializzati dovranno ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, riguardo al contributo che i paesi in via di sviluppo (Pvs), in particolare quelli con tassi di crescita e di sviluppo molto avanzati, dovranno fornire al fine di ridurre il riscaldamento globale. Scetticismo giustificato o pretattica negoziale?
Ciò che è certo è che la riunione di Bonn ha registrato pochi passi in avanti. Le prime bozze negoziali sono state analizzate, discusse, modificate. Non sono state semplificate, come era nelle intenzioni. Tutt'altro. Il disaccordo tra le parti è stato evidente e si è preferito includere tutte le varie proposte presentate dalle parti e rimandare gran parte della discussione sostanziale ad agosto. Tra pochi giorni sul sito del segretariato della Convenzione (United Nations Framework Convention on Climate Change) i vari documenti saranno a disposizione. Si aspettano pagine e pagine di emendamenti, proposte, opzioni, numeri (pochi), buone e meno buone intenzioni.

Più incerto e titubante si è dimostrato il segretario generale riguardo ad un altro grande tema sul tavolo dei negoziati: la misura in cui i paesi industrializzati si impegneranno a finanziare e a sostenere con trasferimento tecnologico e di know-how i Pvs nelle attività di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Ciò che rende materialmente impossibile - di nuovo le parole di de Boer! - uscire da Copenhagen con un nuovo protocollo o con un emendamento del protocollo di Kyoto è la mole eccessiva dei temi da considerare e la lentezza dei progressi dei negoziati. Oltre, ovviamente, alla ormai consolidata distanza tra la posizione dei Pvs e quella dei paesi industrializzati (allegato I).

A Bonn è mancata chiarezza sulla relazione tra i due livelli di negoziato, Convenzione da una parte (Working Group on Long-term Cooperative Action – AWG LCA) e protocollo dall'altra (Working Group on the Kyoto Protocol – AWG KP), su come i due binari possono e debbano interagire.
A Bonn c'è stato un notevole passo indietro sul tema più scottante, ossia l'identificazione di nuovi obblighi di riduzione individuali e aggregati delle emissioni di gas serra da parte dei paesi "allegato I".
Gli unici numeri presentati fino ad oggi sono quelli relativi ad un accurato calcolo preparato dalle delegazioni di Sud Africa e Filippine. Tali numeri sono finiti in un documento non ufficiale privo di ogni stato giuridico e ridotto a semplice fonte di informazione per le parti. I numeri presentati da Sud Africa e Filippine sono stati bocciati categoricamente dai paesi allegato I, primi fra tutti Svizzera, Canada e Giappone. Non solo, se paesi come la Nuova Zelanda e la Federazione Russa ancora non hanno comunicato al mondo il proprio impegno nazionale di riduzione dei gas serra, in questa settimana è arrivata la tanto attesa conferenza stampa del Giappone che ha annunciato il target nazionale. Una riduzione pari al 15% entro il 2020 rispetto al 2005. Traduzione: uno sforzo aggiuntivo minimo rispetto a quanto attualmente richiesto dal protocollo di Kyoto, da -6% a -8% rispetto ai livelli del 1990.

Sulla base degli impegni nazionali resi pubblici dai vari governi dei paesi allegato I, ad oggi la stima aggregata della riduzione dei gas ad effetto serra del mondo industrializzato al 2020 rispetto al 1990 appare assolutamente insufficiente a soddisfare le richieste del mondo scientifico (IPCC). La forchetta va da una riduzione tra l’8 e il 14%, quando l'IPCC ha richiesto una riduzione aggregata almeno di una fascia dal 25 al 40% per garantire il mantenimento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2100.

Il gruppo di lavoro sul Protocollo designato per discutere riduzioni dei gas ad effetto serra da parte dei paesi allegato I ha finora deluso le attese. Generiche conclusioni che racchiudono la tensione e lo sgomento di due settimane di discussioni che non hanno portato a nessun passo avanti rispetto alla sessione precedente. La risposta dei Pvs è stata chiara: 37 paesi "non allegato I" hanno presentato una proposta ufficiale di emendamento del protocollo di Kyoto che include un impegno di riduzione aggregato per i paesi "allegato I" pari al 40% al 1990 entro il 2020. Il Brasile ha denunciato il blocco dei paesi industrializzati a qualsiasi tipo di modifica del protocollo di Kyoto (la scadenza per la presentazione di emendamenti è il 17 giugno 2009); la Cina ha espresso per l'ennesima volta grande delusione per la lentezza dei negoziati e per l'inconsistenza delle conclusioni adottate.

I negoziati riprendono a Bonn in una sessione straordinaria e informale dal 10 al 14 agosto 2009.
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Vecchio 17-06-2009, 12:39
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predefinito Effetto Serra: Nuovi boschi in Italia per “mangiare” i gas serra

Fonte: Terranauta: l'informazione eco-logica su ambiente, decrescita e transizione -17/06/2009

di Claudia Pecoraro


Sono nati 116 ettari di boschi piantati in 12 parchi e aree verdi italiane che elimineranno 63 mila tonnellate di anidride carbonica
Sfruttando la naturale funzione degli alberi che crescendo incorporano il carbonio, alcune imprese hanno deciso di creare su misura dei nuovi boschi per compensare le emissioni di gas serra derivate dalle loro attività.

Si tratta di gas presenti in atmosfera, che possono essere di origine sia naturale che antropica, che contribuiscono al riscaldamento globale e causano quello che appunto è noto come “effetto serra”. I più noti, tra quelli naturali, sono il vapore acqueo (H2O), il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di diazoto (N2O), il metano (CH4) e l’ozono (O3). Tra quelli rilasciati dalle azioni umane ne vanno invece annoverati altri come gli alocarburi, tra i quali i più conosciuti sono i clorofluorocarburi (CFC), e molte altre molecole contenenti cloro e fluoro dannose per lo strato di ozono stratosferico.

Ebbene, da qualche tempo qualcuno ha, diciamo così, tentato di attenuare il proprio senso di colpa di aver creato un impatto nocivo sull’ambiente, piantando un bosco “mangia CO2” per intercettare i gas serra e ridurne gli effetti dannosi. Un modo, insomma, di espiare i propri “peccati ecologici” .
Sono nati così ben 116 ettari di boschi piantati in 12 parchi e aree verdi italiane, ai quali sarà affidato il compito di eliminare 63 mila tonnellate di anidride carbonica, pari all’inquinamento prodotto in sette mesi da una centrale elettrica da 43 megawatt. La cifra è ancora piccola ma sembra destinata ad avere una rapida crescita: nei prossimi sei mesi si pianteranno 10 volte più alberi rispetto ai due anni precedenti.
Questi dati sono stati presentati, in occasione della Giornata mondiale dell'ambiente, da AzzeroCO2, una società che si occupa dell’assistenza ad aziende ed enti pubblici relativamente al controllo ed alla riduzione di emissioni di gas serra.

Vediamo nel dettaglio la mappa dei boschi creati da tali aziende o enti “virtuosi”.

Molti gas presenti nell'atmosfera di origine animale e antropica contribuiscono al riscaldamento globale
Nel Parco fluviale del Po e dell’Orba la Nikon ha commissionato un parco per compensare la campagna pubblicitaria del 2008. In Lombardia 9 aziende hanno operato al Parco Nord di Milano, mentre a Buccinasco, Ecogas ha lavorato per compensare le operazioni di conversione delle auto da tradizionale a GPL; il Parco del Molgora compensa invece il tour “Safari 2008” di Jovanotti.

A Torino Slow Food bilancerà nel Parco fluviale le emissioni residue di Terra madre e del Salone del Gusto 2008. A Ferrara è nato il bosco ordinato dalla Fiera di Rimini per annullare le emissioni serra prodotte dagli ambientalisti che sono andati ad Ecomondo.

Sul Vesuvio c’è il bosco che azzera le emissioni del Teatro Festival di Napoli, uno dei maggiori festival teatrali italiani. A Campagnano Romano il parco voluto dalla LeasePlan, l’azienda di noleggio-auto su lungo periodo, servirà ad azzerare le emissioni prodotte dalla sua flotta aziendale.

Nel Parco delle Madonie in Sicilia, la Banca Mediolanum ha scelto di piantare un bosco come omaggio ai clienti che sono passati dal cartaceo all’online.

Una vera particolarità è il bosco del parco nazionale del Gargano in Puglia, dove l’Ambasciata Britannica ha voluto ammortizzare le emissioni serra prodotte dagli inviti cartacei della regina Elisabetta che ha voluto festeggiare il suo compleanno senza il rimorso di aver accelerato, sia pure di poco, il riscaldamento planetario!

Anche il Parco regionale Porto Venere in Liguria ed il Parco regionale Boschi di Carrega in Emilia Romagna saranno coinvolti da progetti attualmente in fase di definizione.

”I grandi tagli delle emissioni serra sono previsti dagli accordi sottoscritti dai governi - spiega Andrea Seminara, direttore marketing di AzzeroC02 - Questa è un’iniziativa molto più piccola ma che si aggiunge alle azioni dovute. Sono contributi volontari pagati da singoli cittadini, da associazioni, da aziende, da enti. E dimostrano che ognuno può fare la sua parte. Tra l’altro noi abbiamo fatto la scelta di piantare tutti gli alberi in Italia: così ognuno può controllare quello che succede e i benefici restano in casa”.

Non sono boschi delle favole, ma un qualcosa di magico ce l’hanno.
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  #43 (permalink)  
Vecchio 18-06-2009, 13:11
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predefinito Che aria tira in Europa? Il punto su particolato e ozono in due rapporti dell’Agenzia Europea per l’Ambiente

Fonte: ARPAT - 18/06/2009

Nonostante i miglioramenti favoriti dalla legislazione europea, particolato e ozono rimangono i principali inquinanti dell’aria presenti in Europa. Due rapporti dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) fanno il punto sulla situazione.


Alte concentrazioni di PM10 e di ozono possono avere effetti dannosi sulla salute umana e sulla vegetazione.
La legislazione europea sulla qualità dell'aria pone due valori limite per le concentrazioni di PM10 ai quali i cittadini dell'Unione non devono essere esposti:
- il PM10 non deve superare una concentrazione media annua di 40 microgrammi (µg) su metro cubo (mcubo)
- il PM10 non deve superare una concentrazione media giornaliera di 50 µg su mcubo per più di 35 volte in un anno

Per la protezione della salute umana dall’ozono a livello del suolo, la legislazione europea pone un valore obiettivo (non vincolante legalmente):
- una concentrazione media nelle otto ore di 120 μg per mcubo non deve essere superata per più di 25 giorni in un anno.

Un europeo su quattro nel 2005 ha avuto molti giorni dell’anno nei quali ha respirato alte concentrazioni di particolato (PM10), il rapporto di EEA "Spatial assessment of PM10 and ozone concentrations in Europe (2005)".

In aggiunta a queste punte giornaliere, un europeo su dieci è stato esposto durante l’anno a livelli medi di concentrazioni di particolato PM10 superiori al limite previsto dalla UE.

Si stima che in Europa il PM10 abbia causato circa 373.000 morti premature nel 2005.

Ampie zone dell’Europa orientale e la Pianura Padana nel nord Italia, ma anche parti dei Balcani, dell’Italia, della Grecia, dell’Olanda, del Lussemburgo, del Portogallo e della Spagna, sono caratterizzate da livelli record giornalieri di concentrazioni di PM10, specialmente nelle zone più urbanizzate.

Il rapporto registra situazioni analoghe per i livelli di ozono, con più di un terzo della popolazione europea esposta a livelli di ozono superiori al limite obiettivo previsto dalla UE. L’impatto sulla salute sembra essere inferiore, rispetto a quello del PM10 ed è stimato nell’ordine di 75 morti premature per milione di abitanti (per l’Europa meridionale e sud orientale) e meno di 10 morti premature per milione di abitanti (nell’Europa settentrionale e nord-occidentale) nel 2005.
Il numero di episodi di superamento dei limiti per l’ozono diminuiscono, ed il rapporto EEA "Air pollution by ozone across Europe during summer 2008" afferma che i livelli di ozono registrati nel corso dell’estate 2008 sono stati i più bassi dal 1997. Tuttavia tutti gli stati della UE hanno superato i limiti relativi all’obiettivo a lungo termine della legislazione europea.
I livelli più elevati sono stati misurati in Italia, con concentrazioni della media oraria di 399 e 302 μg/mcubo. Numerose stazioni in Belgio, Grecia, Italia, Spagna e Svizzera hanno poi registrato concentrazioni comprese fra i 240 ed i 300 μg/mcubo.

Ultima modifica di News; 18-06-2009 a 13:30
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  #44 (permalink)  
Vecchio 19-06-2009, 13:07
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predefinito Buco dell'ozono: Individuato l'anello iniziale della catena di reazioni che porta alla distruzione dell'ozono

Fonte: CNR-Istituto Nazionale per la Fisica della Materia - 18/06/2009

di Lorenzo del Pace

Osservata la formazione della più piccola goccia di acido in grado di generarsi a bassissime temperature. Questo processo è l’anello iniziale della catena che porta al buco nell’ozono, e spiega inoltre la formazione di molecole nello spazio interstellare. Il lavoro, frutto di una collaborazione italo-tedesca, è pubblicato su Science.
Acido cloridrico che, inspiegabilmente, si dissocia in gocce di acqua di pochi miliardesimi di metro nel gelo della stratosfera: è questo il primo anello – finora inspiegato – della reazione chimica che porta alla formazione del buco nell’ozono. L’enigma è stato ora risolto da Marco Masia, del laboratorio SLACS di INFM-CNR e dell’Università di Sassari, e dai suoi colleghi dell’Università tedesca di Bochum, che sono riusciti a osservare questa dissociazione a temperatura bassissima e a chiarirne le dinamiche, con una teoria che riesce a spiegare la formazione di molecole complesse in ambienti difficili come il vuoto cosmico o la superficie dei nanocristalli di ghiaccio sulla terra.

Una reazione inspiegabile. Nella stratosfera, la dissociazione dell'acido nelle nanogocce d'acqua catalizza – cioè favorisce e accelera – la creazione di cloro. È questo cloro che va poi a interagire con l’ozono causandone la scomparsa. Una reazione ben compresa dagli scienziati, tranne che per la sua prima fase: come può avvenire questa dissociazione nella stratosfera, dove la temperatura è bassissima? Perché vi sia una reazione, infatti, le molecole che vi prendono parte devono necessariamente avere sufficiente energia termica (calore) da interagire tra loro. Energia che certamente non posseggono nel gelo di quelle regioni.

Un laboratorio in una goccia. Per risolvere questo enigma, i ricercatori hanno studiato la reazione grazie ai nanoaggregati, molecole piccolissime, le più piccole unità chimiche in grado di prendere parte a reazioni. Questi oggetti microscopici sono stati analizzati grazie a una tecnica innovativa, la spettroscopia infrarossa in elio superfluido, che consente di catturare in una goccia di elio le molecole che compongono il nanoaggregato nel quale avviene la reazione. La piccolissima goccia diventa così un vero e proprio “laboratorio microscopico”, nel quale è possibile studiare in dettaglio la massa e le interazioni delle molecole che vi sono intrappolate. Raffreddando questo microlaboratorio al di sotto dei -272°, i ricercatori hanno finalmente potuto osservare "in diretta" il fenomeno di dissoluzione dell'acido.

Meccanica molecolare. La dinamica della dissociazione è semplice: quattro molecole di acqua e una di cloruro di idrogeno vanno ad interagire tra loro all’interno della nanogoccia. E il cloruro, cedendo un protone, fa si che si generi la più piccola goccia d'acido possibile. Ma da dove deriva l’energia per questa reazione? La spiegazione, sostengono gli scienziati, sta tutta in un fenomeno detto di aggregazione molecolare: molecole “lontane” fra loro – anche se dotate di poca energia termica – tendono ad attirarsi, e da questo processo di avvicinamento si genera proprio l’energia cinetica (e quindi termica) necessaria a causare la reazione. Un effetto che avviene nella dissociazione dell’acido nella stratosfera come nella formazione di molecole complesse nello spazio, o più vicino a noi, sulla terra, sulla superficie dei nanocristalli di ghiaccio.

N.B. Per maggiori informazioni leggere la fonte originaria:
“Aggregation-Induced Dissociation of HCl(H2O)4 below 1 K: The Smallest Droplet of Acid”, Science Vol. 324, Issue 5934, 19 Giugno 2009.
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  #45 (permalink)  
Vecchio 22-06-2009, 14:20
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predefinito Effetto Serra: Intervista a Riccardo Petrella sulla preparazione alla Conferenza di Copenaghen

Fonte: Blog di Beppe Grillo - 20/06/2009


Le premesse per il pianeta Terra e i suoi abitanti sono tutt'altro che buone. A dicembre si terrà la Conferenza di Copenhagen per decidere le regole del post Kyoto. I Paesi ricchi che sono responsabili dell'80% delle emissioni di CO2 non vogliono impegnarsi, i Paesi poveri, visto l'esempio, non ci pensano neppure. Il protagonista della Conferenza è il business verde, i soldi. Per banche e multinazionali è sufficiente mantenere il modello di sviluppo attuale e verniciarlo di verde. Il pianeta non attende e sopra i due gradi di surriscaldamento il primo problema sarà la mancanza d'acqua e la sete per miliardi di persone. Un tema ignorato dalla Conferenza. Riccardo Petrella, uno dei massimi esperti mondiali dell'acqua, ci spiega cosa ci può attendere.


Intervista a Riccardo Petrella:

Gli obiettivi di Kyoto traditi dai Paesi ricchi

Dobbiamo essere molto preoccupati dell’evoluzione attuale della preparazione alla Conferenza di Copenaghen, che è sulla convenzione sul cambio climatico, che dovrebbe dare atto alla firma di un nuovo trattato detto post Kyoto, che dovrebbe entrare in vigore nel 2013 e che organizzerebbe, per i prossimi quindici, venti anni, l’economia mondiale e i rapporti tra economia, sviluppo, benessere e gestione dell’ambiente. Si tratta della più grande fase di negoziato mondiale in vista di un accordo mondiale sul futuro dell’umanità.
Ora dobbiamo essere preoccupati perché? Perché, sulla base di quanto sta emergendo, i Paesi ricchi -ci si può domandare - stanno non mantenendo le promesse per le quali in passato si erano impegnati? Come sapete, tutti gli studi dell'International Panel on Climate Change, che è il gruppo di 1.500 scienziati che da anni lavora per le Nazioni Unite sui problemi del cambiamento climatico, hanno detto che se il mondo vuole evitare delle catastrofi immani ambientali bisogna mantenere al di sotto di due gradi l’aumento della temperatura media dell’atmosfera terrestre da qui al 2100. Per raggiungere questo obiettivo, tutti gli studi dimostrano che sarebbe necessario, all’anno 2050, di diminuire del 60% le emissioni di CO2 rispetto al volume del 1990. Questo significherebbe 80% per i Paesi ricchi e 20% per gli altri Paesi.
Ora stiamo constatando che i Paesi ricchi non vogliono mantenere né conformarsi a queste indicazioni: addirittura, per gli obiettivi di tipo intermediario, quelli al 2020, dove i Paesi ricchi avrebbero dovuto impegnarsi al 20% di riduzione dell’emissione rispetto al volume del 1990, solo la Germania e in parte la Francia, tra i Paesi ricchi, stanno affermando che vogliono attenersi a questi obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni. Mentre invece, il 12 giugno, il Giappone ha detto che non si impegna a ridurre al massimo più dell’8% il livello di emissioni e gli Stati Uniti hanno detto due cose importanti: la prima, che non hanno nessuna intenzione di diminuire le emissioni di CO2 al di sotto del 4%, che è molto lontano da quello che dovrebbero fare; seconda cosa, hanno manifestato una conferma anche in tutte le amministrazioni precedenti, Obama ha confermato la tendenza degli Stati Uniti, che non sono favorevoli a un accordo mondiale, ma che il principio del nuovo trattato di Copenaghen dovrebbe essere quello per cui ciascun Paese si impegna a livello nazionale, ma non c’è nessun accordo globale su un impegno comune eventualmente verificato, se poi gli Stati mantengono gli impegni presi. E quindi hanno addirittura affermato il 12 giugno a Bonn, in una riunione preparatoria della Conferenza di Copenaghen, che loro stessi non domanderanno alla Cina di assumere nessun impegno, facendo un gesto di comprensione, dicendo: “ma la Cina deve svilupparsi e non si può vincolarla a degli obiettivi quantificati che costringerebbero i cinesi a non avere il tasso di sviluppo, che invece meritano..”. In realtà gli Stati Uniti stanno tentando di fare un accordo Stati Uniti /Cina nel quale dicono: “non ti impegnare, non ti chiederemo niente”, sperando e pensando che così la Cina non domanderà nessun impegno agli Stati Uniti rispetto alle riduzioni di emissioni. Ora sappiamo benissimo che da anni il Brasile, l’India, la Cina, la Russia, tutti i Paesi emergenti hanno detto che, se i Paesi ricchi non prenderanno le loro responsabilità e non saranno i primi, poiché sono stati i più grandi responsabili e predatori delle risorse del pianeta negli ultimi 100 /150 anni, se i Paesi ricchi non ridurranno in maniera significativa le loro emissioni, i Paesi nuovi non si impegneranno a niente, e hanno ragione: la responsabilità massima in questo caso appartiene ai Paesi ricchi. Quindi grossissimo problema: riusciranno i Paesi ricchi a mantenere a mantenere gli impegni presi? Faranno i Paesi ricchi le svolte necessarie per evitare le catastrofi immani, gli scombussolamenti terribili che un’eventuale riscaldamento dell’atmosfera al di sopra dei due gradi comporterà?
Il secondo interrogativo che ci deve preoccupare è che si sta constatando - e è affermato proprio alla fine di questo mese, il mese di maggio - che tutti i dirigenti dei Paesi ricchi, ma anche dei Paesi detti emergenti sono convinti che si potrà risolvere il problema del cambiamento climatico e, in particolare, risolvere il problema dell’uscita dalla crisi economico /finanziaria attuale solo attraverso l’economia verde e attraverso le soluzioni apportate al sistema energetico. Per cui oggi non fanno altro che parlare di automobili verdi, di ponti verdi, di ferrovie verdi, di Coca Cola verde, di case verdi, di cinema verdi, di pomodori verdi, tutto è al verde: cioè vale a dire, beninteso, l’economia verde, però alla salsa verde del capitalismo verde e in effetti tutti dicono che bisogna rifondare l’economia mondiale attraverso i sistemi economici dell’investimento privato, dei meccanismi di mercato, della valorizzazione mercantile e finanziaria delle foreste, degli alberi, delle acque etc.

The Copenhagen Call: l'appello di Copenhagen


Questo consenso nuovo, che chiamerei il consenso verde mondiale, è stato confermato il 24 e 26 maggio, ora, recentemente a Copenaghen, dove il governo danese ha preso l’iniziativa di convocare il mondo del business e della finanza e ci sono state più di mille persone che si sono riunite, il 24 e 26 maggio, nel World Business Summit, le quali hanno approvato un documento che si chiama: “The Copenaghen Call”, l’appello di Copenaghen, nel quale il mondo del business dice ai politici e ai futuri negoziatori del trattato di Copenaghen le condizioni del mondo del business. In effetti le richieste del mondo del business e della finanza girano intorno a due cose: la prima è che bisogna facilitare l’innovazione tecnologica secondo i tempi e i meccanismi del rendimento delle innovazioni tecnologiche e quindi in funzione a razionalità economiche e finanziarie, e la seconda è che appartiene ai poteri pubblici di creare questi fondi di incitamento e di facilitazione fiscale dell’iniziativa privata. Conseguentemente, The Copenhagen Call è un atto affermativo da parte del mondo del business che il capitalismo verde è in fondo la panacea e la soluzione ai problemi che dovranno essere trattati nel nuovo accordo mondiale. Tant’è che il Primo Ministro Danese, Rassmussen, ha dichiarato due giorni fa che assumeva completamente le proposte emerse dal World Business Summit con il Copenhagen Call e si faranno portatori delle idee espresse dal mondo del business.
Poi la seconda questione: e se ci fossero delle proposte, a Copenaghen, che non coincidono con le priorità fissate e scelte dal mondo del business che chances avranno per essere accolte? Finalmente, ecco che la grossa questione è che il Copenaghen è oggi vampirizzato dall’energia, cioè vale a dire che i nostri dirigenti ci stanno dicendo che il problema numero uno mondiale, che deve essere risolto in questo grande negoziato mondiale per il futuro dell’umanità, è l’energia. Ma l’energia è un problema numero uno mondiale per noi ricchi, non è un problema per i 2, 8 miliardi di gente povera di questo mondo, per gli africani, gli asiatici e l’America Latina il problema è l’acqua, il problema è l’alimentazione, il problema è la salute, il problema è avere un’abitazione decente, avere educazione, non è avere le automobili verdi, le case verdi. Anche perché si può dire che domani, che avremo 200 milioni di più di automobili verdi che circolano nel mondo, dove andranno questi 200 milioni di automobili verdi, in quali città? Circoleranno in quali strade? E poi avere automobili verde, case verdi, nuove case a energia passiva e attiva, che bisogna averle, a New York, a Singapore, a Melbourne, a Parigi contribuiranno a eliminare i tre miliardi di poveri nel mondo, oppure permetteranno di migliorare il livello e la qualità di vita del miliardo di gente ricca?
Quindi il problema diventa: "Perché i nostri dirigenti hanno dato priorità unicamente, nell’agenda dei lavori di Copenaghen, all’energia?".


Il futuro dell'umanità si gioca sulla tutela dell'acqua

Ecco perché dobbiamo batterci affinché invece l’acqua, che è il problema numero uno, tant’è che il gruppo intergovernativo sul cambio climatico che ha fatto tutti questi rapporti dice che la principale conseguenza del cambiamento climatico concernerà l’acqua. E' l’acqua che sarà il settore della vita più toccato dai cambiamenti climatici, ossia dallo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai, che alimentano tutti i grandi bacini idrografici del mondo. E’ l’acqua che sarà il campo di più grande devastazione e problema, gli studi del GEC (Global Environment Centre Foundation) o dell’IPCC confermano che nel 2050 il 60% della popolazione rischia di vivere in regioni a forte penuria d’acqua e, se c’è forte penuria d’acqua, significa che non hanno accesso alla vita. Quindi le conseguenze del cambiamento climatico importanti sono sull’accesso alla vita per mancanza d’acqua e Copenhagen, il nuovo trattato, non ha l’acqua all’agenda dei problemi e quindi bisogna batterci affinché l’acqua faccia parte integrante dell’agenda di Copenaghen e non si sa se ce la faremo: probabilmente le tendenze attuali ci dicono che non ce la faremo, ecco il problema, non è vero che i cittadini devono accettare come inevitabile l’impossibilità di pensare all’interesse e al futuro dell’umanità e del diritto alla vita, che è un diritto umano, che è un diritto sacro, perché la vita è sacra.
Quindi abbiamo sei mesi, perché la Conferenza di Copenhagen sarà dal 7 al 18 dicembre e credo che bisogni che tutti i movimenti per i diritti dell’uomo, per i diritti umani, i movimenti che si occupano di cittadinanza, dell’acqua, debbano impegnarsi in tutti i fronti: le religioni, stiamo tentando ora di far sì che ci sia un incontro importante dei rappresentanti delle religioni per fare un appello a Copenaghen, affinché la sacralità della vita sia rispettata e che Copenaghen si occupi veramente dei bisogni del mondo. Gli accademici, i ricercatori, perché i ricercatori, perché gli universitari non fanno delle grandi manifestazioni affinché, scientificamente parlando, nell’agenda di Copenhagen i veri problemi del futuro del pianeta siano presi in conto? Che si sia vecchi, giovani, universitari, uomini semplici della strada, pensionato, una donna, un buddista, un cristiano, credo che abbiamo un’agenda terribile da occupare nei prossimi mesi e essere presenti a Copenhagen sul posto.
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Vecchio 23-06-2009, 14:37
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predefinito Effetto Serra: Uno studio afferma che in futuro gli attuali gas refrigeranti graveranno pesantemente sul Riscaldamento Globale

Fonte: Reuters - 23/06/2009


di Alister Doyle

OSLO - Le emissioni responsabili dell'effetto serra provocate dai prodotti chimici usati nei sistemi di refrigerazione e nei condizionatori d'aria rappresenteranno un problema maggiore del previsto per i cambiamenti climatici entro il 2050. E' quanto affermano alcuni scienziati.
Nel peggiore dei casi, dicono, gli idroflorocarburi (HFC) potrebbero causare un riscaldamento globale nel 2050 e pari all'impatto tra il 28 e il 45% delle emissioni di anidride carbonica, principale gas che trattiene il calore, prodotto dalla combustione di combustibili fossili.

"Gli HFC rappresentano una significativa minaccia agli sforzi del mondo di stabilizzare le emissioni che influenzano il clima", ha detto Guus Velders, autore principale alla Netherlands Environmental Assessment Agency, a proposito di quanto riscontrato da un gruppo di scienziati con base in Olanda e negli Usa.
L'attuale contributo degli HFC al riscaldamento globale è meno dell'1% di quello dell'anidride carbonica. Gli HFC sono usati negli apparecchi di condizionamento dell'aria, compreso l'80% delle nuove auto, nei sistemi di refrigerazione e nelle schiume isolanti.
Gli HFC sono stati introdotti prima che il riscaldamento globale causato dall'uomo fosse individuato come un grosso problema, per rimpiazzare una generazione più vecchia di prodotti chimici che stavano danneggiando lo strato di ozono che protegge il pianeta dai dannosi raggi ultravioletti.

Lo United Nations Environment Programme (Unep) ha detto che lo studio, nell'edizione odierna di U.S. journal Proceedings of the National Academy of Sciences, ha dimostrato che ci sono sistemi semplici per combattere il riscaldamento globale con la riduzione di emissioni di anidride carbonica.

"Ci sono altri obbiettivi a portata di mano nei cambiamenti climatici", dice il capo di Unep Achim Steiner in una dichiarazione sugli Hfc, aggiungendo che questi cambiamenti causeranno peggiori siccità, inondazioni, ondate di caldo e innalzamento dei livelli dei mari.
"Da alcune stime, l'azione per raffreddare e poi ridurre questo tipo di emissioni potrebbe offrire al mondo l'equivalente di quanto vale un decennio di emissioni di anidride carbonica", ha detto.

Più di 190 paesi prevedono di concordare un nuovo piano sul clima a Copenhagen in dicembre che prenda il posto del Protocollo di Kyoto, che regola le emissioni di sei gas ritenuti responsabili dell'effetto serra , tra i quali anidride carbonica e HFC.

"Ci sono soluzioni semplici e pronte per il mercato (per gli HFC) che aspettano di essere adottate e di avere adeguati incentivi" dice Kert Davies, ricercatore Usa e direttore del gruppo ambientalista Greenpeace.
Greenpeace sostiene che aziende come Bosch-Siemens, Whirlpool, Panasonic, Samsung, Miele ed Ben & Jerry's vendono o stanno sperimentando tecnologie alternative di "Greenfreeze" (refrigeranti verdi).

L'Unione Europea prevede di escludere gli HFC dai sistemi di condizionamento nelle auto nei prossimi anni. Lo studio dice che entro il 2050, i Paesi in via di sviluppo potrebbero emettere circa 800 volte più HFC dei Paesi industrializzati. E suggerisce che il modo migliore per contenere le emissioni da HFC sarebbe quello di "un blocco globale seguito poi da modeste riduzioni annuali", coinvolgendo Paesi in via di sviluppo e industrializzati.

"Gli HFC vanno bene per proteggere lo strato di ozono ma non sono amici del clima", dice David W. Fahey, scienziato dell'U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration, tra gli autori dello studio.


N.B. Per maggiori informazioni consultare la fonte originaria:

Guus J. M. Velders, David W. Fahey, John S. Daniel, Mack McFarland, and Stephen O. Andersen
The large contribution of projected HFC emissions to future climate forcing
PNAS published online before print June 22, 2009, doi:10.1073/pnas.0902817106
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  #47 (permalink)  
Vecchio 24-06-2009, 12:41
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predefinito Effetto Serra: E' probabile che i cambiamenti climatici siano alla base dell'estinzione di massa avvenuta 200 milioni di anni fa

Fonte: Cordis - 22/06/2009

Una nuova ricerca suggerisce che l'estinzione di massa avvenuta 200 milioni di anni fa sarebbe stata causata dai cambiamenti climatici. I risultati gettano nuova luce sulla tempistica in cui è avvenuta l'estinzione di massa e lasciano supporre che anche variazioni di lieve entità nei livelli atmosferici di diossido di carbonio sono sufficienti per scatenare un'estinzione.
Lo studio, finanziato in parte da una borsa di mobilità Marie Curie nell'ambito Sesto programma quadro (6° PQ) dell'Unione europea è pubblicato nell'ultimo numero della rivista Science.

L'estinzione avvenuta nel periodo Triassico-Giurassico rappresenta una delle cinque estinzioni di massa avvenute nel corso della storia della Terra. Risale proprio a quel periodo l'estinzione di alcune specie marine e l'apparizione dei primi dinosauri.
In precedenza gli scienziati ritenevano che le estinzioni di massa fossero avvenute lentamente, nell'arco di milioni di anni. In questo studio, alcuni scienziati di Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti hanno studiato sei gruppi di fossili vegetali rinvenuti nei pressi del sito di Kap Stewart, nella parte orientale della Groenlandia.
Per scoprire quanto è accaduto nel periodo precedente all'estinzione di massa e in concomitanza della stessa, gli scienziati hanno studiato le rocce con l'ausilio di una nuova tecnica di analisi. Gli studi hanno evidenziato la presenza di alcuni segni che indicano un declino dell'ecosistema di molto precedente alla fase iniziale dell'estinzione delle specie. Nel periodo preso in considerazione dalla ricerca si è verificata una significativa diminuzione del numero delle comunità vegetali e delle singole specie.
"La perdita improvvisa della diversità vegetale è coerente con le naturali reazioni delle piante a una variazione ambientale di portata catastrofica, piuttosto che graduale," scrivono i ricercatori.
"Le differenze rilevate nelle abbondanze delle specie prelevate nei primi venti metri delle scogliere di provenienza dei fossili sono della tipologia che ci si aspettava," ha commentato Peter Wagner del Smithsonian Institution National Museum of Natural History, negli Stati Uniti. "Tuttavia gli ultimi dieci metri mostrano perdite di diversità tali da non poter essere attribuite a un errore di campionamento: il numero di specie presenti negli ecosistemi diminuivano gradualmente."
Inoltre, il declino delle antiche comunità vegetali è coinciso con un aumento dei livelli di diossido di carbonio e del surriscaldamento globale. Gli scienziati hanno però osservato che i livelli di diossido di zolfo più elevati - imputabili alle eruzioni vulcaniche - potrebbero aver rivestito un ruolo nel processo di estinzione.
"Attualmente non disponiamo di una metodologia per la rilevazione delle variazioni di diossido di zolfo avvenute in passato, pertanto è difficile stabilire se il diossido di zolfo, accanto all'aumento del diossido di carbonio, possa aver influito sul processo di estinzione," ha affermato Jennifer McElwain dell'University College Dublin, in Irlanda. Tra le altre possibili cause alla base dell'estinzione potrebbero esserci un meteorite e un'ingente fuoriuscita di metano.
Gli scienziati avvertono inoltre che dovremmo trarre degli insegnamenti da quanto avvenuto in passato. "È necessario prestare attenzione ai primi segni che indicano il deterioramento degli ecosistemi moderni," ha detto il dottor McElwain. "Dal passato abbiamo appreso che le estinzioni delle specie in quantità significativa (nell'ordine dell'80%) possono verificarsi improvvisamente, ma sono precedute da lunghi periodi di tempo contrassegnati da variazioni ecologiche".
Ora gli scienziati necessitano di dati certi relativi ai livelli di diossido di carbonio e di zolfo, per scoprire informazioni più dettagliate su quanto accaduto 200 milioni di anni fa.


Per maggiori informazioni, visitare:

Science:
Science/AAAS | Scientific research, news and career information

National Science Foundation:
nsf.gov - National Science Foundation - US National Science Foundation (NSF)

N.B. Per approfondire leggere la fonte originaria:
McElwain, J.C. et al. (2009) Fossil plant relative abundances indicate sudden loss of late Triassic biodiversity in East Greenland. Science 324: 1554-1556. DOI: 10.1126/science1171706.
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  #48 (permalink)  
Vecchio 26-06-2009, 12:02
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predefinito L'UE adotta un progetto di regolamento per ridurre le emissioni dovute all'attività industriale

Fonte: Milanofinanza.it - 25/06/2009

I paesi europei hanno adottato oggi un progetto di regolamento per ridurre l'inquinamento industriale dell'aria e dell'acqua che non include le emissioni di CO2. Nel testo approvato dai ministri dell'ambiente, che passerà in seconda lettura all'Europarlamento, si fa riferimento alle emissioni industriali di composti azotati e solfati, a particelle di polveri, di amianto e metalli pesanti delle grandi installazioni di combustione (centrali elettriche, raffinerie di petrolio e altoforni).

I nuovi impianti dovranno mettersi in regola secondo le nuove norme entro il 2016 e rispettare i limiti di inquinamento autorizzati a livello nazionale. Le vecchie centrali a carbone hanno ottenuto una proroga alla fine del 2020. Francia, Germania, Austria, Danimarca e Olanda avrebbero voluto impedire la possibilità di superare i livelli di inquinamento autorizzati.

Il regolamento introduce standard per le ispezioni ambientali e rende la revisione dei permessi più efficace. Secondo calcoli della Commissione Ue la revisione dei minimi di emissione potrebbe ridurre la spesa sanitaria da 7 a 28 miliardi di euro ed evitare 13mila morti premature all'anno.
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  #49 (permalink)  
Vecchio 30-06-2009, 12:04
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predefinito Le emissioni atmosferiche delle attività produttive e delle famiglie

Fonte: ARPAT news - 30/06/2009

L’Istat rende disponibili gli aggregati Namea per l'Italia per gli anni 1990-2006

L’acronimo Namea sta per National accounting matrix including environmental accounts; si tratta cioè di un sistema contabile che rappresenta l’interazione tra economia e ambiente, coerentemente con la logica della contabilità nazionale e in modo tale da assicurare la confrontabilità dei dati economici e sociali, espressi in termini monetari, con quelli relativi alle sollecitazioni che le attività umane esercitano sull’ambiente naturale, espressi in termini fisici.

Il conto Namea consente cioè di confrontare, secondo la metodologia dell’Eurostat, gli aggregati economici di produzione, valore aggiunto, occupazione e consumi finali delle famiglie con i dati relativi ad alcune pressioni che le attività produttive e di consumo esercitano sull'ambiente naturale, in particolare:

- le emissioni di diciotto inquinanti atmosferici: anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O), metano (CH4), ossidi di azoto (NOx), ossidi di zolfo (SOx), ammoniaca (NH3), composti organici volatili non metanici (COVNM), monossido di carbonio (CO), particolato (PM10), arsenico (As), cadmio (Cd), cromo (Cr), rame (Cu), mercurio (Hg), nichel (Ni), piombo (Pb), selenio (Se) e zinco (Zn);

- i prelievi diretti di quattro tipi di risorse naturali vergini: vapore endogeno, combustibili fossili, minerali, biomasse.

Viene inoltre diffusa una tavola di raccordo che per ciascun inquinante atmosferico esplicita la relazione esistente fra le emissioni incluse nella Namea e quelle calcolate dall’Ispra nell’ambito della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e della convenzione di Ginevra sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero (United Nations - Economic Commission for Europe Convention on long range transboundary air pollution).


Principali risultati

Nel 2006 oltre l’80 per cento delle emissioni di inquinanti “ad effetto serra” e più del 90 per cento delle emissioni che sono all’origine del fenomeno della "acidificazione" sono state generate dalle attività produttive, mentre la parte restante è attribuibile alle attività di consumo delle famiglie; nel caso dei gas responsabili della formazione dell’ozono troposferico la quota delle famiglie risulta pari al 37 per cento delle emissioni complessive.

In relazione all’effetto serra, all’acidificazione e alla formazione dell’ozono troposferico sono contabilizzate rispettivamente le emissioni di CO2, N2O e CH4, le emissioni di SOx, NOx e NH3 e le emissioni di COVNM, NOx, CH4 e CO. In ciascuno dei tre casi l’aggregazione delle emissioni relative ai vari inquinanti coinvolti si basa sull’utilizzo di pesi definiti nell’ambito di organismi internazionali.

Tra le attività produttive che maggiormente contribuiscono alle emissioni di inquinanti figurano:

- le “Attività manifatturiere” - da cui proviene il 27,1 per cento delle emissioni complessive di gas ad effetto serra, il 18,6 per cento del totale nel caso dell’acidificazione e il 23,8 per cento per il fenomeno della formazione dell’ozono troposferico;

- il settore “Agricoltura, silvicoltura e pesca” - che contribuisce per più del 40 per cento alle emissioni complessive di sostanze acidificanti;

- il settore “Energia elettrica, gas e acqua” – che genera il 26 per cento delle emissioni complessive di gas ad effetto serra e il 9,8 per cento delle sostanze acidificanti;

- le attività di “Trasporto” in conto terzi – a cui è attribuibile il 13 per cento del totale sia nel caso dell’acidificazione sia nel caso della formazione di ozono troposferico.

Le emissioni generate dalle famiglie derivano soprattutto dall’uso di combustibili per il trasporto privato (pari a quasi il 10 per cento delle emissioni complessive di gas serra nel 2006 e ad oltre il 25 per cento nel caso della formazione di ozono troposferico) e dall’uso di combustibili per il riscaldamento domestico e gli usi di cucina (responsabili nel 2006 del 10 per cento circa delle emissioni complessive di gas serra).

Nel corso del periodo 1990 – 2006 il peso delle attività produttive nella generazione delle emissioni atmosferiche, pur rimanendo significativamente superiore a quello delle famiglie, è diminuito. La riduzione è particolarmente rilevante nel caso degli inquinanti che causano la formazione di ozono troposferico (alla cui generazione le attività produttive hanno fornito un contributo pari a circa il 63 per cento del totale nel 2006 a fronte del 71 per cento circa del 1990), più limitata nel caso dell’effetto serra (da un contributo dell’84 per cento circa nel 1990 a meno dell’81 per cento del 2006), minima nel caso dell’acidificazione (dal 92 al 91 per cento circa).



Il profilo ambientale dei settori economici

Con riferimento alle sole emissioni generate dalle attività produttive, per “Agricoltura, silvicoltura e pesca” e per “Energia elettrica, gas e acqua” nel 2006 il contributo percentuale alla pressione sull’ambiente si attesta, per alcune tematiche, su valori marcatamente più elevati rispetto al contributo fornito alla creazione di valori economici - misurato in termini di produzione, valore aggiunto e occupazione; nel caso del “Trasporto” il peso del settore in termini di emissioni è superiore al peso nell’economia nazionale ma la differenza è ridotta rispetto ai casi precedenti.

Un profilo ambientale simile, in cui il contributo percentuale fornito alla creazione di valori economici è assai inferiore a quello relativo alle emissioni atmosferiche che causano effetto serra, acidificazione e formazione di ozono troposferico, caratterizza anche le attività manifatturiere che maggiormente generano inquinanti atmosferici – quali l’industria della raffinazione, l’industria chimica, la produzione del cemento e la produzione dell’acciaio. Per il complesso delle “Attività manifatturiere”, invece, come pure per le attività di smaltimento dei rifiuti e altri servizi, il peso rispetto ai temi ambientali considerati risulta nel 2006 paragonabile al contributo fornito alle variabili economiche.


Il decoupling tra performance economica e pressione sull’ambiente

Il confronto tra la performance economica e le emissioni atmosferiche delle attività produttive in Italia mostra l’esistenza di un livello di decoupling più elevato per i gas che contribuiscono al fenomeno della acidificazione e alla formazione di ozono troposferico che per i gas ad effetto serra. Il decoupling o dissociazione tra crescita economica e pressioni ambientali, si verifica qualora la crescita delle attività produttive risulti superiore a quella delle pressioni sull’ambiente naturale esercitate dalle attività stesse.


N.B. Per maggiori informazioni andare alla pag. web:
Namea: emissioni atmosferiche regionali
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Vecchio 02-07-2009, 14:03
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predefinito Effetto Serra: Il Ministero dell'Ambiente delibera le Disposizioni di attuazione in merito al monitoraggio e alla comunicazione delle emissioni di gas ad effetto serra

Fonte: UNI - 02/07/2009

Il Comitato Nazionale di Gestione e Attuazione della Direttiva 2003/87/CE ha approvato nella riunione del 10 Aprile 2009 la Deliberazione 14/2009 recante le “Disposizioni di attuazione della Decisione della commissione europea 2007/589/CE che istituisce le linee guida per il monitoraggio e la comunicazione delle emissioni di gas ad effetto serra”.

I gestori degli impianti in possesso di autorizzazione alle emissioni di gas serra, nonché i gestori degli impianti ricadenti nel campo di applicazione del D.Lgs 216/06 e successive modifiche e integrazioni effettuano il monitoraggio delle emissioni a seguito dell’approvazione del piano di monitoraggio.

Il piano di monitoraggio predisposto secondo il formato elettronico disponibile nel sito del ministero dell'ambiente deve essere presentato per approvazione del Comitato entro la data del 2 settembre 2009. A seguito della approvazione il gestore effettua il monitoraggio secondo il piano di monitoraggio approvato dal Comitato.



N.B. Per maggiori informazioni andare alla pag. web:
Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
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effetto serra, inquinamento, notizie, riscaldamento globale, smog

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