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Vecchio 01-05-2009, 14:49
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predefinito PM10: Come vanno letti i dati delle centraline

Fonte: ARPAT - 25/03/2007

La normativa vigente in materia di qualità dell’aria, costituita essenzialmente dal DM 60/02, riguardo all’inquinante PM10 (polveri di dimensione aerodinamica inferiore a 10 micron, c.d. polveri fini o “sottili”) stabilisce valori standard di riferimento in forma di due diversi indicatori: la media annuale e il numero di giorni nell’anno solare in cui viene rilevata una concentrazione media superiore al valore 50 µg/m3.
Per il primo indicatore, la media annuale, è stato fissato il valore 40 µg/m3 mentre per il secondo indicatore, numero di giorni con concentrazione >50 µg/m3, è stato fissato il valore 35 giorni (pari a circa il 10 % dei giorni dell’anno).
Ai fini della valutazione dello stato della qualità dell’aria, la norma non prevede l’individuazione di una unica stazione da considerarsi “di riferimento” né fissa modalità di aggregazione o combinazione dei valori registrati nelle varie centraline di rilevamento ubicate in un stesso ambito territoriale (comune, agglomerato urbano, zona).
Di conseguenza, nella presentazione dei dati e degli indicatori rilevati nel corso di un anno, in prima istanza si calcolano e si commentano i valori riscontrati in ciascuna centralina.
In sede di valutazione più generale, considerata la rappresentatività di ciascuna delle centraline, si operano aggregazioni per tipologia di stazione, distinguendo almeno fra quelle “traffico” e quelle “fondo” in modo da chiarire meglio lo stato della qualità dell’aria, anche ai fini della valutazione di esposizione dei cittadini, e orientare verso le eventuali azioni di risanamento.
I valori rilevati nelle stazioni “fondo” rappresentano meglio l’esposizione della popolazione generale, mentre quelli rilevati nelle stazioni “traffico” rappresentano l’esposizione di fasce molto ristrette di popolazione o l’esposizione per solo quota parte del tempo.
Sul piano strettamente tecnico l’indicatore fissato dalla norma in termini di numero di giorni con concentrazione >50 µg/m3 risulta più restrittivo di quello fissato come media annuale.
Come illustrato in figura 1, vi è una buona correlazione lineare fra i due indici ma, in relazione alla effettiva e nota distribuzione statistica dei valori di qualità dell’aria, alla media annuale di 40 µg/m3 corrisponde un numero di giorni di superamento pari a circa 80.
Viceversa, per rispettare la soglia dei 35 giorni occorre riscontrare una media annuale non superiore a circa 30 µg/m3.
Per questo motivo, nella maggior parte dei siti di rilevamento viene rispettato lo standard del PM10 per quanto riguarda la media annuale mentre lo standard espresso come numero di giorni di superamento è rispettato solo in poche situazioni.
Riguardo alla valenza del valore limite 50 µg/m3 o della quantità 35 giorni, precisiamo che questi valori non costituiscono “soglie” di INFORMAZIONE o ATTENZIONE né, tanto meno, di ALLARME.
La normativa vigente, solo per gli inquinanti anidride solforosa (SO2), biossido di azoto (NO2) e ozono (O3) stabilisce, in aggiunta a indicatori su base annuale come la media e altro tipo, livelli orari o giornalieri il cui superamento comporta possibili danni immediati alla salute. Al verificarsi di tali circostanze, si dispone che l’autorità competente assuma provvedimenti di significativa e tempestiva efficacia, in modo da ridurre i livelli di inquinamento o suggerisca le modalità di limitazione dell’esposizione.
Nel caso del PM10, l’eventuale superamento di 35 giorni con concentrazione >50 µg/m3 non richiede interventi contingenti “emergenziali”, peraltro di dubbia efficacia in considerazione delle caratteristiche specifiche di tale inquinante riguardo a molteplicità di sorgenti e persistenza, bensì rende evidente il mancato rispetto dello standard di qualità e ciò comporta la necessità di predisporre un idoneo piano di risanamento.
Tale piano dovrebbe essere costituito da un insieme di provvedimenti che, necessariamente nel medio periodo, consentano il rientro nei valori limite fissati dalla norma.

Dal PM10 alle nanopolveri
Dagli albori del monitoraggio dell’inquinamento atmosferico, il particolato (le c.d. polveri) sospeso in atmosfera è stato considerato uno dei principali parametri.
Fino alla metà degli anni ’90 veniva campionato e determinato il particolato totale sospeso (PTS) ovvero le polveri con diametro aerodinamico fino a 100-150 micron (quelle più grossolane non rimangono sospese a causa del loro peso).
Successivamente, considerazioni sulla fisiologia dell’apparato respiratorio umano hanno fornito l’indicazione della maggiore utilità della misura della sola frazione di particolato con diametro aerodinamico inferiore a 10 micron ovvero quello inalabile.
Da poco tempo si è valutato opportuno porre attenzione alla misura della frazione più fine, ovvero del PM2.5 che è in grado di penetrare nell’apparato respiratorio dai bronchi fino al tessuto polmonare mentre la frazione compresa fra 2.5 e 10 micron rimane il primo tratto delle vie aeree superiori (naso, bocca) e quindi con minore rilevanza sul piano sanitario.
Per questo motivo è in corso di approvazione una nuova direttiva europea che fisserà lo standard di riferimento per il PM2.5 in aggiunta allo standard in vigore per il PM10.
Recentemente si è molto parlato di nanopolveri. Con tale termine si intende la frazione di particolato con diametro aerodinamico inferiore a 0,1 micron pari a 100 nanometri (1 nanometro = 1 miliardesimo di metro).
L’interesse del nanoparticolato nasce da evidenze sperimentali sul passaggio diretto nelle cellule del sangue di particelle di questa dimensione, passaggio che determinerebbe la possibilità di interazioni dirette a livello di organi ed apparati.
Non si dispone attualmente di una quantità di misure di nanopolveri in aria adeguata a stabilire associazioni con risultanze epidemiologiche.
E’ necessario che, al fine di acquisire più approfondite conoscenze, avviare indagini anche su tale frazione di particolato.
Per condurre in maniera sistematica indagini ambientali di tale tipo sarà però necessario cambiare totalmente le tecniche di rilevamento in quanto gli strumenti tradizionali, che misurano la massa delle polveri campionate, non avrebbero la sensibilità adeguata.
Ad oggi, gli strumenti in grado di misurare le particelle di dimensioni nanometriche sono estremamente costosi e di difficile utilizzo in reti di monitoraggio, anche per la limitata affidabilità nel funzionamento in continuo.


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Vecchio 01-05-2009, 14:50
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predefinito Effetto Serra: Così i gas serra ridisegneranno il pianeta

Fonte: ANSA - 27/03/2007

E' una Terra dall'aspetto molto diverso, quella che emerge dalla ricerca sul futuro del clima condotta da un gruppo statunitense e pubblicata questa settimana sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, PNAS: zone fredde per definizione, come l'Artico o la Siberia, potrebbero avere un clima decisamente mite, mentre il clima tropicale diventerebbe tipico di aree oggi temperate, con conseguenze drastiche su deserti e foreste.

I modelli climatici e delle emissioni di gas serra elaborati recentemente dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) sono stati il punto di partenza della ricerca, coordinata da John Williams, del dipartimento di Geografia dell'università del Wisconsin, e condotta in collaborazione con il dipartimento di Botanica dell'università del Wyoming e finanziata dalla National Science Foundation degli Stati Uniti.

Se le emissioni di anidride carbonica e gas serra non rallenteranno nel prossimo futuro, la ricerca prevede uno scenario di cambiamenti drammatici, nel quale per il 2100 intere zone climatiche potrebbero scomparire e potrebbero fare la comparsa tipi di clima finora sconosciuti. Di conseguenza cambierebbe anche la distribuzione delle specie viventi.

I ricercatori hanno immaginato uno scenario nel quale nei prossimi anni non si avrà nessuna riduzione dei gas responsabili dell'effetto serra: in questo caso caratteristiche climatiche finora sconosciute potrebbero comparire nel 39% delle terre del pianeta e parallelamente potrebbe scomparire il 48% delle attuali zone climatiche. Cambiamenti importanti, anche se di entità inferiore, potrebbero avvenire anche nel caso in cui le emissioni di gas serra dovessero rallentare: in questo caso la comparsa di nuove condizioni climatiche e la scomparsa di altre riguarderebbe zone che occupano il 20% delle terre del pianeta.

In nessun caso, quindi, si tratterà di cambiamenti indolore, anche perché la trasformazione del clima potrebbe riguardare regioni fortemente popolate, come quelle il Sud-Est degli Stati Uniti, il Sud-Est asiatico e parte dell'Africa. Sarebbero coinvolte anche zone preziose per la biodiversità, come la foresta amazzonica, le Ande e i deserti.

A cambiare aspetto saranno i cosiddetti "biomi", ossia i grandi ecosistemi, come le foreste pluviali, le praterie o il deserto. Secondo i modelli pubblicati questa settimana su PNAS, le regioni nelle quali i cambiamenti potrebbero essere più importanti sono quelle tropicali e subtropicali, come l'Amazzonia, l'Indonesia e la penisola Araba. Cambiamenti drastici sono previsti anche nelle Ande peruviane e colombiane, nel Sud dell'Australia e in Siberia.

L'obiettivo dello studio, è "identificare le regioni del mondo nelle quali i cambiamenti climatici potranno portare alla comparsa di climi oggi sconosciuti", ha osservato il coordinatore dello studio. "Attualmente le politiche climatiche e le strategie si basano sulle condizioni attuali", ha aggiunto Williams, che rileva inoltre come le regioni nelle quali si registrano i cambiamenti maggiori sono quelle in cui strategie e modelli sono a rischio di fallimento.

Utilizzando modelli che mettono in relazioni emissioni di anidride carbonica e cambiamento climatico, Williams ha rilevato che "il rilascio di maggiori quantità di anidride carbonica nell'aria si traduce in un rischio maggiore della comparsa di climi completamente nuovi o nella scomparsa dei climi noti". In generale, ha concluso, i modelli mostrano che le zone climatiche esistenti slitteranno verso latitudini più alte e ad altitudini maggiori, generando condizioni che oggi percepiamo come paradossali, come cime montuose e regioni polari con un clima tropicale.

N.B. per approfondimenti consultare la fonte originale:
John W. Williams, Stephen T. Jackson, and John E. Kutzbach (2007). Projected distributions of novel and disappearing climates by 2100 AD. PNAS Early Edition for the week of March 26, 2007.
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Vecchio 01-05-2009, 14:50
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predefinito Effetto Serra: L'energia nucleare a fissione per contrastare il Riscaldamento Globale? Un rapporto la boccia

Fonte: Reuters - 26/03/2007

di Jeremy Lovell

LONDRA - L'aumento di popolarità politica del nucleare, come una soluzione rapida e senza emissioni di anidride carbonica al riscaldamento globale, è fuorviante e potenzialmente molto pericoloso, secondo un rapporto firmato da un gruppo di accademici e ricercatori.

Nello studio diffuso oggi, e intitolato "Secure energy, civil nuclear power, security and global warming" (Energia sicura nucleare civile, sicurezza e riscaldamento globale), l'Oxford Research Group afferma che non c'è abbastanza uranio disponibile e che le nazioni che dispongono del nucleare potrebbero tendere a riprocessare il combustibile già utilizzato per ottenere plutonio.

"Una moltiplicazione del riprocessamento e il risultante commercio internazionale di materiali utilizzabili per la costruzione di armi creerebbe l'opportunità per stati, organizzazioni criminali o terroristi di acquistare tali materiali", dice il rapporto.

Nell'introduzione allo studio Juergen Trittin, ex ministro tedesco dell'Ambiente e della Sicurezza nucleare, scrive che la diffusione della tecnologia nucleare porterà automaticamente alla proliferazione degli armamenti, ponendo una minaccia alla sicurezza globale.

"Una delle idee peggiori, che circola in molti ambiti della discussione globale, è la richiesta di un ampliamento del ricorso all'energia nucleare come mezzo per la protezione climatica", scrive Trittin.

"La raccomandazione è un caso evidente di lotta contro un rischio che finisce per provocarne uno più grande. I rischi di proliferazione e di terrorismo nucleare sia da attori statali che non sono semplicemente incontrollabili", aggiunge l'ex ministro.

Non solo: l'estrazione e la purificazione dell'uranio comporta una produzione intensiva di anidride carbonica, anche se le centrali nucleari di per sé ne emettono una piccola quantità, e servirebbe costruire migliaia di impianti per incidere seriamente nella battaglia contro il cambiamento climatico, dice il rapporto.

Mentre gli scienziati prevedono che le temperature media saliranno fino a 4 gradi nel corso di questo secolo a causa dei gas a effetto serra generati dall'impiego di combustibili fossili nella produzione di energia elettrica e nel trasporto, gli stati stanno valutando con ansia le alternative disponibili rapidamente.

L'80% dell'elettricità prodotta in Francia e il 20% in Gran Bretagna viene dal nucleare, ed entrambi i governi hanno annunciato che le centrali esistenti verranno sostituite da nuovi impianti quando andranno a riposo. Altri i paesi guardano con favore all'energia nucleare.

Gli ambientalisti sostengono che le energie rinnovabili come il vento, le onde, il sole e l'idrogeno possono funzionare meglio e in modo più pulito, puntano il dito sulla sicurezza e dicono che i rifiuti nucleari restano pericolosi per generazioni.

La lobby nucleare ha respinto più volte tali argomentazioni, sostenendo che nessuna tra le tecnologie rinnovabili garantisce il sufficiente fabbisogno energetico. I sostenitori del nucleare affermano anche che le centrali sono al sicuro da attacchi come quelli dell'11 settembre 2001.

Attualmente solo pochi paesi praticano il riprocessamento del combustibile nucleare, e tra loro Gran Bretagna, Francia e Giappone. Ma il boom nella domanda, nel caso di un rilancio del nucleare, comporterebbe una rapida diffusione e un controllo minore, sostiene il rapporto.

Allo stesso tempo, il riscaldamento climatico che causa inondazioni, carestie e tempeste rischia anch'esso di far crescere l'instabilità politica e l'insicurezza nelle regioni più colpite, proprio nel momento in cui tali paesi potrebbero acquisire la tecnologia nucleare.

"L'energia nucleare non può dare un contributo importante alla riduzione globale di emissioni di anidride carbonica, dal momento che il suo effetto sull'insicurezza globale e i rischi di un conflitto catastrofico o di terrorismo sono gli occhi di tutti".

© Reuters 2007. Tutti i diritti assegna a Reuters.
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Vecchio 01-05-2009, 14:51
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predefinito Effetto Serra: Più caldo, più pollini, più asma

Fonte: greenreport - quotidiano ambientale - 27/03/2007

LIVORNO. Il riscaldamento globale può essere dannoso per i malati di asma a causa dei periodi prolungati di fioritura delle piante e delle erbe che spargono grandi quantità di pollini, inoltre alcune specie di vegetali ai quali gli asmatici sembrano molto sensibili stanno colonizzando nuovi territori.

Ma il riscaldamento climatico ha, da questo punto di vista, anche un lato positivo: gli acari ed i virus che l’inverno prosperano nelle case riscaldate avranno vita più difficile se i riscaldamenti saranno accesi con minor frequenza.

La primavera è arrivata in anticipo nell’emisfero nord e il polline è nell´aria da mesi, anche in paesi dove la neve persistente teneva lontani asma, tosse e allergie: nel sud della Svezia i noccioli erano fioriti già a dicembre, un fenomeno che si é verificato solo tre volte in epoca moderna e tutte negli ultimi 6 anni.

Secondo il Center for health and the global environment della Harvard medical school, negli Usa l’incidenza dell’asma sembra cresciuta di ben 4 volte rispetto ai dati del 1980 e l’aumento dei pollini nell’aria sarebbe una delle cause principali.

Gli effetti di lunga durata su salute umana devono essere ancora valutati, intanto erbe e piante grandi produttori di polline si stanno espandendo verso nord e specie arboree che alle latitudini più fredde non fioriscono ogni anno, stanno sviluppando migliori condizioni e le foreste potrebbero così fiorire annualmente.
Secondo uno studio dell’Harvard medical school, alcune piante erbacee potrebbero produrre il 60% di polline in più con un’aumento consistente della concentrazione di CO2 in atmosfera, mentre le piante crescerebbero solo del 10% in più.

Sarebbe un problema anche per l’agricoltura, costretta a combattere con un aumento di erbe infestanti che si riprodurrebbero a ritmo più veloce e praticamente per tutto l’anno.
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Vecchio 01-05-2009, 14:51
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predefinito I cambiamenti climatici nell'area del Mediterraneo

Fonte: Almanacco della Scienza del CNR - 28/03/2007

Aumento generalizzato delle temperature, scioglimento dei ghiacciai, diminuzione delle precipitazioni e conseguente pericolo di siccità in molte zone. E’ questo lo scenario prospettato per il prossimo futuro dai climatologi ed emerso anche nella recente presentazione del “Summary for policymakers” del Working Group I dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), tenutasi a Parigi. Ulteriori approfondimenti sono attesi nel “Summary” del Working Group II, relativo agli impatti sui territori e gli ecosistemi, in calendario il prossimo 6 aprile.
Si tratta di una situazione preoccupante a livello generale, ma che risulta, se possibile, ancor più allarmante per il Mare Nostrum “In analisi recenti si è mostrato che il bacino del Mediterraneo è una delle zone del mondo che subirà nel futuro i cambiamenti climatici più drastici rispetto alle variazioni medie globali”, precisa Antonello Pasini dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr. “In particolare, i modelli mostrano, nei paesi del Mediterraneo, un aumento di temperatura superiore alla media dell’incremento globale, oltre a un forte cambiamento nel regime delle precipitazioni del semestre caldo, con un’evidente diminuzione dei millimetri di pioggia caduta in totale e un’elevatissima variabilità, ossia pochi giorni di precipitazioni, ma molto violente”.
Importante si rivela quindi comprendere quanto questi scenari regionali abbiano impatto sul territorio italiano. “Sicuramente l’Italia”, prosegue Pasini, “con le sue migliaia di Km di coste, il dissesto idrogeologico in atto (anche per motivi che non hanno nulla che fare con il clima) e l’attuale penuria di acqua per usi agricoli in alcune zone del Sud è un Paese altamente vulnerabile. Per quanto riguarda le coste, nel recente passato il livello del mare si è innalzato meno della media globale a causa di particolari effetti favorevoli, tuttavia non siamo sicuri che ciò si ripeta in un regime climatico mutato. Inoltre, alcune zone italiane, soprattutto al Nord, risentono del fenomeno del bradisismo, con un abbassamento delle terre emerse, ad esempio lungo le coste dell’alto Adriatico, e un conseguente rischio di inondazioni e di ulteriore erosione”.
Anche i mutamenti nelle precipitazioni, rare ma intense, avranno significative conseguenze: “Crescerà il rischio di frane, smottamenti, alluvioni sul territorio”, conclude il ricercatore dell’Iia-Cnr, “con effetti negativi anche su un’agricoltura spesso già in difficoltà e che si troverà ad avere ancora meno acqua disponibile, rischiando in alcune zone la desertificazione”.
Per ridurre il pericolo è necessario dunque agire in una doppia direzione: da un lato, diminuire l’incidenza delle cause globali che determinano gli effetti negativi (riduzione delle emissioni di gas a effetti serra, contenimento della deforestazione, etc.); dall’altro, prepararsi adeguatamente, fin da ora, a fronteggiare gli esiti locali più disastrosi dei cambiamenti climatici, attraverso una corretta gestione del territorio e delle risorse idriche.

Rita Bugliosi

Fonte: Antonello Pasini, Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr, Roma, tel. 06/90672274, e-mail: pasini@iia.cnr.it

Per saperne di più: “Kyoto e dintorni: i cambiamenti climatici come problema globale”, a cura di Antonello Pasini, Franco Angeli, 2006.
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Vecchio 01-05-2009, 14:52
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predefinito Effetto Serra, i gas emessi dai bovini rappresentano il 12% delle emissioni di gas serra in Australia

Fonte: Reuters - 29/03/2007

SYDNEY - I gas emessi dai bovini, per flatulenza ed eruttazione, contribuiscono ad oltre il 12% delle emissioni di gas a effetto serra in Australia.
Lo rende noto un'équipe di scienziati che spera di allevare le mucche in modo che producano meno gas, nel tentativo di ridurre le emissioni inquinanti.
I bovini, che in Australia ammontano a 27 milioni di capi, producono circa tre milioni di tonnellate di metano l'anno, secondo il centro di ricerca della cooperativa dei bovini (Crc).
"L'interno di una mucca è come una fabbrica di birra, il cibo viene fermentato e poi viene espulso gas metano", ha detto Roger Hegarty, scienziato del Crc.
Alcuni ambientalisti hanno sollecitato il governo australiano a ridurre le emissioni di gas di almeno il 60% entro il 2050, se vuole contribuire alla lotta contro il riscaldamento del pianeta. L'Australia, insieme agli Stati Uniti, non ha ratificato il protocollo di Kyoto, che fissa gli obiettivi da conseguire per diminuire queste emissioni.
Gli scienziati del centro Crc stanno studiando un metodo per ridurre la produzione di metano delle mucche, alterandone l'alimentazione e i metodi di allevamento.
Il gruppo di scienziati sostiene di essere in grado di ridurre le emissioni di metano dei bovini che crescono più in fretta, riducendone la durata media della vita.
Secondo il Crc le nuove tecniche di allevamento taglieranno le emissioni di metano di circa il 20% per mucca entro il 2012.

L'Australia produce ogni anno 565 milioni di tonnellate di gas serra, 95 milioni dei quali provengono dalle emissioni prodotte dall'agricoltura. Il bestiame produce il 68% di queste emissioni, di cui il metano è il gas principale.

Oltre che dal bestiame, il gas metano viene disperso nell'atmosfera dai movimenti di terra, dalle miniere e terre umide naturali. Insieme ai gas di combustione - in particolare l'anidride carbonica - il metano costituisce la più seria minaccia al riscaldamento climatico del pianeta.

© Reuters 2007. Tutti i diritti assegna a Reuters.
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Vecchio 01-05-2009, 14:52
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predefinito Effetto Serra: negli ultimi 420 milioni di anni, ogni volta che è raddoppiata la concentrazione di CO2 nell'aria è aumentata la temperatura di 3°C

Fonte: ANSA - 29/03/2007

ROMA - I gas serra, in particolare l'anidride carbonica, alzano la febbre del Pianeta. E oggi, dopo tanti modelli, la prova della loro colpa nel processo del riscaldamento globale. I ricercatori dell'università di Yale hanno pubblicato su Nature uno studio secondo cui negli ultimi 420 milioni di anni ogni volta che è raddoppiata la quantità di questo gas nell'atmosfera la temperatura è aumentata in media di circa 3 gradi.

Per riuscire a stabilire quanta anidride carbonica era presente in atmosfera milioni di anni fa, i ricercatori hanno sfruttato il bilancio fra il gas presente in atmosfera e quello contenuto in rocce e microrganismi fossili. "Questi dati sono una misura indiretta del livello di anidride carbonica nell'aria - spiega Jeffrey Park, uno degli autori - non potendo sapere la composizione dell'atmosfera milioni di anni fa possiamo usare il 'registro geologico'. Ad esempio, la misurazione degli isotopi del carbonio nel plancton riflette direttamente la quantità di gas nell'aria".

I ricercatori hanno studiato i dati di 500 campioni di materiale organico, rappresentativi di diverse ere geologiche fino a 420 milioni di anni fa. Tramite più di 10 mila simulazioni al computer, in cui hanno valutato il rapporto tra concentrazione di anidride carbonica in atmosfera e temperatura, gli studiosi hanno definito quale fosse la variazione più probabile associata ai dati 'reali' provenienti dai campioni. "I nostri risultati combaciano perfettamente con quelli degli ultimi decenni, in cui abbiamo una misura reale anche dei gas dell'atmosfera - conferma Park - e indicano che la sensibilità atmosferica al raddoppio dell'anidride carbonica varia tra 1,5 e 5,5 gradi".


Il tutto sembra combaciare con l'allarme clima derivante dagli scenari e contenuto nell'ultimo rapporto dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). Secondo il documento, si prevede un raddoppio della CO2 al 2100, da 280 parti per milione dell'era pre-industriale a circa 560 parti per milione. La temperatura media globale al 2100 potrà andare da un minimo di 1,1 gradi a un massimo di 6,4 gradi. L'ipotesi più probabile, secondo l'Ipcc, è l'aumento della temperatura media globale fra 0,6 e 0,7 gradi al 2030 e circa 3 gradi o poco più nel 2100.

"Questa è la dimostrazione - ha commentato il climatologo Vincenzo Ferrara, responsabile per il ministero dell'Ambiente della preparazione della Conferenza nazionale sul clima a settembre prossimo - che i modelli non danno i numeri al lotto. I ricercatori statunitensi hanno confermato sperimentalmente le proiezioni dell'Ipcc basate su scenari realizzati su base modellistica". "Oggi - ha sottolineato ancora Ferrara - abbiamo la dimostrazione che le ipotesi e i modelli non sono cose teoriche ma hanno la loro affidabilità e credibilita". Secondo le ultime rilevazioni riferite da Ferrara, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è cresciuta nel nostro Pianeta del 35% in soli due secoli, di cui il 10% negli ultimi 15 anni. E il 2006 è stato probabilmente l'anno dei valori record nell'arco di 20 milioni di anni.

N.B. Per approfondimenti:
Dana L. Royer, Robert A. Berner & Jeffrey Park
Climate sensitivity constrained by CO2 concentrations over the past 420 million years p530
doi:10.1038/nature05699
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predefinito Effetto Serra: secondo un nuovo rapporto ONU, 61 nazioni sono a rischio carestia

Fonte: La Repubblica.it » Homepage - 01/04/2007

Sessantuno Paesi, principalmente nel Terzo Mondo, sono a rischio-carestia per l'aumento della temperatura globale causata dai cambiamenti climatici in atto, che, in ultima analisi, contribuiranno a destabilizzare ulteriormente lo scenario internazionale. E' quanto scrive in prima pagina l'"Independent" anticipando lo scenario apocalittico contenuto nella bozza del rapporto sui "Cambiamenti climatici 2007", curato negli ultimi sei anni da oltre 2.500 scienziati di tutto il mondo e coordinato dalle agenzie Onu per la protezione ambientale (Unep) e per lo studio del Clima (Wmo). Il documento, che sara' presentato venerdi' prossimo a Bruxelles, sara' discusso a partire da domani nella capitale belga dai ricercatori del gruppo intergovernativo sull'evoluzione del clima (WgII-Ipcc) e segue il rapporto pubblicato due mesi fa in cui si affermava "inequivocabilmente" che la responsabilita' del riscaldamento globale era da attribuire al 90% alle attivita' umane. La nuova bozza conferma che i cambiamenti stanno avvenendo "piu' velocemente del previsto" e che "colpiranno i sistemi biologici e fisici di ogni continente". Lo scenario e' apocalittico. In 20 anni, 10 milioni di sudamericani e centinaia di milioni di africani saranno "a corto" d'acqua, e dal 2059 un miliardo di asiatici potrebbero affrontare il rischio siccita'. I ghiacciai della catena dell'Himalaya, che alimentano i grandi fiumi del continente asiatico, si scioglieranno del tutto entro il 2035, minacciando la vita di 700 milioni di persone. Nel 2050, benche' inizialmente i raccolti cresceranno nei Paesi temperati grazie al caldo che allunghera' la stagione produttiva, la produzione crollera' del 30% in India, con 130 milioni di persone costrette a fare fronte a una terribile carestia. Nel 2080 cento milioni di persone dovranno abbandonare le loro case sulla costa minacciate dall'innalzarsi delle acque dovuto allo scioglimento delle calotte di ghiaccio dei poli. Oltre un terzo delle specie animali saranno "ad alto rischio di irreversibile estinzione".
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Vecchio 01-05-2009, 14:53
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predefinito Effetto Serra: la Corte Suprema americana boccia Bush e dichiara che l'EPA deve regolamentare i gas di scarico delle auto

Fonte: Rainews24 - 03/04/2007

La Corte Suprema boccia la politica ambientalista dell'amministrazione Bush: con una decisione di 5 giudici contro 4, in una sentenza che molti quotidiani americani definiscono storica, chiede la revisione del Clean Air Act (la legge sull' inquinamento peraltro in vigore da anni) e dice chiaro che i gas di scarico delle auto contribuiscono a determinare l'effetto serra.

In particolare, la Corte Suprema ha ordinato una revisione del Clean Air Act, ritenendo che la Environmental Protection Agency (Epa, l'agenzia federale sulle politiche ambientali) abbia tutte le competenze di regolamentare le emissioni di biossido di carbonio e di altri gas dannosi responsabili dell'effetto serra. Secondo la sentenza, infatti, l'Epa è competente perché le auto sono da considerarsi a tutti gli effetti tra i fattori inquinanti dell'atmosfera e, quindi, responsabili dell'effetto serra. "Non ci sono elementi validi per poter direil contrario", si legge nel provvedimento.

Per le 13 associazioni ambientaliste che hanno avviato il ricorso si tratta di una grande vittoria, visto che hanno promosso la causa contro l'Epa con il sostegno di 11 Stati, Connecticut in testa, di fronte all'inerzia dell' amministrazione Bush rispetto al surriscaldamento del pianeta.

"Una riduzione delle emissioni negli Stati Uniti determinerà un rallentamento anche a livello goobale", ha detto il giudice John Stevens.

La sentenza spinge inoltre il Congresso a mettere a punto una serie di norme più organiche per la riduzione del riscaldamento globale, mettendo ordine tra i provvedimenti gia' in vigore.

Il senatore democratico Jeff Bingaman, presidente della Commissione energia e risorse naturali del Senato, ha invitato il presidente Bush a "lavorare con il Congresso per mettere a punto un programma per la riduzione delle emissioni nocive".
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predefinito Effetto Serra: Allarme climatico

Fonte: Ansa - 03/04/2007

(di Tullio Giannotti)

BRUXELLES - La catastrofe climatica non è futura, è già adesso: nel secondo dei tre 'working group' del Giec, l'assise di esperti mondiali sui cambiamenti climatici, l'allarme non è più sul futuro ma su un presente sempre più incalzante. Bacchettate a Usa e Australia sul Protocollo di Kyoto e un futuro non incoraggiante per fiumi e mari di Italia e sud Europa. Il Giec (Gruppo intergovernativo di esperti sull'evoluzione del clima) è al lavoro da questa mattina a Bruxelles dopo che a Parigi, in febbraio, aveva fissato le previsioni di aumento della temperatura media del pianeta fra 1,8 e 4 gradi entro il 2100. In questo secondo capitolo, che darà i suoi frutti ufficiali venerdì mattina alle 10, quando gli esperti di tutto il mondo - un migliaio circa - renderanno noto il documento finale.

A Parigi si trattò di valutazioni scientifiche delle modifiche del clima, stavolta si passa alle conseguenze sulla salute, sull'ambiente, sull'ecosistema, sui mari, i fiumi, la terra e i suoi abitanti. A maggio, a Bangkok, il Giec affronterà il delicato tema delle possibili soluzioni per poi adottare un rapporto finale in novembre, a Valencia. Ad aprire le ostilità è stato questa mattina Stavros Dimas, commissario Ue all'Ambiente, che ha fatto gli onori di casa ma non si è abbandonato ai convenevoli, anzi, si è scagliato contro chi non ha ancora sottoscritto il protocollo di Kyoto per la riduzione del 20% dei gas ad effetto serra entro il 2020: "e specialmente quei paesi che inquinano più degli altri - ha tuonato - in particolare gli Stati Uniti, inquinatori numero uno nel mondo, un paese ricco". Da Washington - mentre ancora non si sapeva delle decisioni della Corte Suprema proprio su questo tema - l'Ue si aspetterebbe "che cooperassero in modo più stretto e non che continuino con un atteggiamento negativo nelle trattative internazionali. E' assolutamente necessario che si muovano, altrimenti gli altri paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, non avranno motivo di muoversi". Le critiche non hanno risparmiato altri paesi recalcitranti: "non riesco a capire - ha detto Dimas rivolto all'Australia - perché non abbiate ratificato il protocollo di Kyoto. E' soltanto l'orgoglio politico, se posso usare un eufemismo, che vi impedisce di farlo".

Dopo l'arringa, gli esperti si sono messi al lavoro sulle tre tabelle che compariranno nel documento finale e che descriveranno l'impatto del mutamento climatico nei vari settori: "il problema è come mostrare questi grafici - ha spiegato uno degli esperti all'Ansa - come spiegare quanti milioni di persone sono, ad esempio, a rischio inondazione. Sono dati che possono avere un impatto drammatico sui media e sui policy makers". Le tabelle proporranno una suddivisione per settori di impatto e per regioni geografiche, una delle quali - l'Europa del sud - comprende l'Italia. Da quanto si apprende, per questa zona "nel periodo da oggi al 2100 si accentuerà lo stress idrico già esistente". Questo significa che la "vulnerabilità chiave" è nel Mediterraneo e in paesi come Italia, Spagna e Portogallo già esposti a problemi come la siccità e gli incendi boschivi. Queste debolezze, insieme alla perdita di spazi per la biodiversità in zone come il delta del Po o la laguna di Venezia, rischiano di essere fra gli effetti più vistosi del cambiamento di clima.
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effetto serra, inquinamento, notizie, riscaldamento globale, smog

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