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E’ arrivato lo studio che conferma il grande danno che le particelle inquinanti più piccole fanno al nostro corpo. Viene dall’Università di Los Angeles (dove di inquinamento se ne intendono) ed è stato appena pubblicato su Circulation Research. Quelle particelle ultrafini, da 0,18 micron, provenienti dai tubi di scappamento delle onnipresenti automobili potrebbero essere una causa primaria della formazione delle placche arteriose, che causano l’infarto. I ricercatori hanno esposto dei topi per cinque settimane al particolato delle autostrade di Los Angeles, mettendoli a confronto con altri sottoposti ad aria filtrata, nell’ambito di un complesso protocollo di esposizione alle emissioni. I risultati dimostrano che i topi inquinati da PM ultrafino sviluppano il 55% di placche arteriose in più di quelli che hanno respirato aria pulita ed il 25% di quelli esposti al particolato fine, nonostante il breve periodo di esposizione. Lo studio proverebbe che le particelle ultrafini contribuiscono all’indurimento delle arterie attaccando le qualità protettive del “buon” colesterolo. Rispetto alle particelle di dimensioni maggiori infatti: “il particolato ultrafine può produrre dosi maggiori di composti dannosi”. Il problema della determinazione degli effetti delle particelle più piccole è fondamentale per la messa a punto di una normativa di regolamentazione europea che, attualmente non le considera in modo specifico. N.B. Fonte originaria: Ambient Particulate Pollutants in the Ultrafine Range Promote Early Atherosclerosis and Systemic Oxidative Stress Jesus A. Araujo; Berenice Barajas; Michael Kleinman; Xuping Wang; Brian J. Bennett; Ke Wei Gong; Mohamad Navab; Jack Harkema; Constantinos Sioutas; Aldons J. Lusis and Andre E. Nel Circulation Research. 2008 Published online before print January 17, 2008, doi: 10.1161/CIRCRESAHA.107.164970
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Tratto da: Il Messaggero - 29/01/2008
ROMA - La desertificazione legata ai cambiamenti climatici non interessa soltanto le terre emerse, ma anche le profondità marine. Il fenomeno è già stato previsto dagli scienziati, ma uno studio dimostra che la velocità con la quale aumentano i fondali con attività biologica scarsissima o nulla è dieci volte superiore alle previsioni. Lo studio è stato pubblicato dalla rivista Geophysical Research Letters e ha monitorato l'estensione dei deserti biologici, vale a dire le aree degli oceani prive di vita. I cambiamenti in atto sono stati studiati tramite le rilevazioni del satellite Nasa Seastar. Uno studio dei cosiddetti deserti biologici, zone dei mari profondi con una bassissima presenza di vita a causa di correnti e salinità ha scoperto che nel solo 2006 queste aree sono cresciute del 15%. «Abbiamo trovato questa tendenza in tutti gli oceani tranne che in quello Indiano - spiega Jeffrey Polovina, autore dell'articolo - e i cambiamenti climatici sono il principale indiziato per questo fenomeno». Deserto il 40%. I deserti oceanici rappresentano già il 40% dell'intera superficie terrestre, comprese le terre emerse. In queste zone correnti circolari impediscono alle sostanze nutritive del fondo di mescolarsi agli strati superiori, sicché l'attività biologica è minima o, più spesso, nulla. Il riscaldamento della temperatura dell'acqua peggiora la situazione, accentuando la stratificazione. Il fenomeno è già stato previsto come conseguenza dei cambiamenti del clima: «Ma nessun modello aveva previsto una crescità così veloce - sottolinea Polovina - secondo i dati di cui disponiamo, negli ultimi nove anni i deserti si sono espansi dieci volte più velocemente del previsto». N.B. Per approfondimenti consultare la fonte originaria: Polovina, J. J., E. A. Howell, and M. Abecassis (2008), Ocean's least productive waters are expanding, Geophys. Res. Lett., doi:10.1029/2007GL031745, in press. (accepted 16 January 2008)
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Fonte: ARPAT - 29/01/2008
L’Agenzia Europea per l’ambiente ha pubblicato un report intitolato Climate change: the cost of inaction and the cost of adaptation (Cambiamento climatico: il costo dell’inerzia e il costo dell’adattamento). Si tratta di un rapporto tecnico che valuta i costi che l’ambiente, la società e l’economia europei dovranno sostenere di fronte all’emergere dei cambiamenti climatici che stanno avendo luogo a livello mondiale e che sono principalmente causati dall’emissione di gas a effetto serra. E’ ormai chiaro che questi cambiamenti, già ampiamente visibili in più contesti, diverranno ancora più rilevanti in futuro. Il loro impatto sull’ambiente sta comportando degli ampi costi, soprattutto a causa dell’inerzia degli Stati membri, che sembrano non interessarsi adeguatamente al problema. Questi costi, definiti non a caso come “i costi dell’inerzia” (costs of inaction), sembrano destinati ad influenzare sempre più profondamente il dibattito politico. La situazione è dunque decisamente critica, tanto che, come sottolinea il rapporto, anche se l’emissione di gas a effetto serra dovesse per assurdo interrompersi oggi stesso i cambiamenti climatici persisterebbero ancora per molti decenni. Di conseguenza, oltre all’attuazione di più efficaci politiche volte a ridurre l’emissione dei gas a effetto serra, risulta essenziale lo sviluppo di adeguate strategie di adattamento al fine di limitare i “costi dell’inerzia” e di sfruttare le eventuali opportunità associate ai cambiamenti climatici. In questo contesto il rapporto dell’EEA nasce per fornire tutte quelle informazioni necessarie allo sviluppo di un adeguato dibattito sul tema dell’adattamento. Più precisamente, gli scopi dell’EEA sono: - identificare ed evidenziare problemi ed incertezze metodologiche relativi alla stima dei costi legati al cambiamento climatico; - revisionare le informazioni già esistenti a livello europeo; - mettere in luce sia il bisogno di informazioni migliori sull’impatto dei cambiamenti climatici, sia la necessità di monitorare l’efficacia delle strategie di adattamento; - facilitare lo scambio di informazioni tra i paesi membri dell’EEA; - individuare le esigenze di ricerca. Nonostante la raccolta di informazioni sull’impatto dei cambiamenti climatici sia diventata sempre più accurata e approfondita, soprattutto in seguito al Protocollo di Kyoto, le informazioni relative ai costi dell’inerzia e dell’adattamento restano limitate. Riassumiamo qui di seguito le considerazioni principali dell’EEA riguardo ai tali costi nei principali settori sociali, naturali ed economici di interesse europeo. Ecosistemi naturali: nonostante i recenti progressi nella raccolta di informazioni, i costi legati ai cambiamenti climatici non sono ancora stati efficacemente individuati in questo settore. Per poter arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010, questa area dovrà dunque divenire centrale nell’attività di ricerca europea. Zone costiere: i danni più consistenti derivano dalla maggiore frequenza delle inondazioni costiere. Queste potrebbero però essere controllate o limitate efficacemente e a basso costo attraverso opportune strategie di prevenzione e adattamento, anche se ciò non assicurerebbe una protezione totale per gli ecosistemi a rischio. Agricoltura: in questo settore, studiato attentamente da tutti i paesi europei, le strategie di adattamento hanno il potenziale di ridurre i danni economici a breve e medio termine, ma rimangono gravi problematiche nelle regioni mediterranee e del sud-est Europa. Inoltre gli effetti climatici di lungo termine potrebbero condurre a gravi conseguenze economiche Energia: nel breve-medio termine i cambiamenti nella domanda di energia sembrano essere modesti, ma la sua distribuzione subirà in futuro delle profonde modifiche a causa dell’aumento della domanda di elettricità al sud e della diminuzione della domanda di energia per il riscaldamento al nord. Ci potrebbero inoltre essere delle variazioni nella domanda di energia necessaria all’approvvigionamento idrico e di energia idroelettrica. In questo settore l’adattamento avrà dunque un ruolo decisamente importante. Turismo: attualmente i flussi turistici più consistenti si dirigono dal nord verso il sud, cosa che contribuisce al trasferimento dei capitali. Con il cambiamento del clima però, questi flussi potrebbero subire delle modifiche e, non a caso, alcuni studi recenti mostrano la tendenza verso una nuova distribuzione delle correnti turistiche. Inoltre l’aumento delle temperature potrebbe determinare un forte aumento del costo degli sport invernali europei ed influenzare così ulteriormente il flusso turistico verso le zone interessate da tali attività. Salute: se da un lato i cambiamenti climatici porteranno a una diminuzione dei decessi dovuti alle basse temperature, dall’altro lato aumenteranno quelli connessi alle alte temperature. Si potrebbero inoltre verificare dei disagi alimentari o dei rischi psicologici legati ai disastri naturali (ad esempio le inondazioni). Le strategie di adattamento potrebbero tuttavia ridurre questi rischi a basso costo. Risorse idriche: sono già presenti forti disuguaglianze nella distribuzione delle risorse idriche tra sud e nord Europa, e questa disparità è destinata ad aggravarsi ulteriormente in conseguenza ai cambianti nel clima europeo. Studi recenti dimostrano che ciò comporterà ingenti costi economici, legati in particolare alle iniziative di prevenzione della scarsità d’acqua. Tale scarsità avrà inoltre effetti in tutti gli altri settori, con potenziali conseguenze economiche indirette. Ambiente urbano e infrastrutture: alcune ricerche dimostrano che le catastrofi naturali connesse ai cambiamenti climatici (inondazioni, tempeste, eccessive precipitazioni, ecc.) comporteranno dei costi economici significativi in questo settore. Sebbene adeguate strategie di adattamento siano in grado di limitare i danni connessi a tali eventi, i costi legati alla prevenzione saranno comunque elevati. Come traspare da questa nostra breve sintesi, il quadro dipinto dall’EEA è alquanto allarmante. Senza adeguati provvedimenti, gli stati europei rischiano di subire ingenti perdite a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre. I cambiamenti climatici (inclusi le catastrofi naturali e l’innalzamento del livello del mare da essi determinati), sommati ad ulteriori variazioni nell’ambiente naturale e nello sviluppo socio-economico europeo, comporteranno un rilevante impatto economico nel sistema sociale e naturale dell’Europa. Non si conosce esattamente quale sarà la portata di questi effetti, a causa degli attuali limiti di quantificazione e valutazione. E’ comunque probabile che, senza dei provvedimenti adeguati ed immediati, essi saranno significativi. Al fine di fornire un quadro più chiaro, è necessario lavorare per migliorare le capacità di quantificazione e valutazione in tutti i settori sopra analizzati, con particolare attenzione a quello della biodiversità. Se è vero che si prevedono una serie di effetti sia negativi che positivi in tutta Europa, le preoccupazioni maggiori sono rivolte alle regioni mediterranee e sud-orientali, dove si prevedono gravi conseguenze in numerosi settori; ne risentiranno infatti la domanda di energia, la produttività agricola, la disponibilità di risorse idriche, la salute umana, i flussi di turismo estivo e gli ecosistemi naturali. L’Agenzia conclude dunque che le strategie di adattamento avranno un ruolo fondamentale nel ridurre i costi economici in tutte le regioni europee. Infatti, sebbene l’adattamento stesso abbia un suo costo, esso riduce significativamente quello derivante dai cambiamenti climatici. Va comunque sottolineato che, data la scarsità di informazioni finora raccolte su tali costi, vi è un bisogno urgente di ulteriori ricerche al fine di diffondere una maggiore informazione sul problema. Con dati più precisi a loro disposizione, i paesi membri saranno infatti più propensi a concentrare parte delle loro risorse sulle politiche di adattamento a loro più congeniali. N.B. E' possibile scaricare gratuitamente il rapporto alla pag. web: http://reports.eea.europa.eu/technic...rt_13_2007.pdf
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Fonte: Agenzia Europea per l'Ambiente - 01/02/2008
Pubblicato un documento dell'Agenzia Europea dell'Ambiente relativo all'ottimale gestione dei rifiuti urbani per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Nel 2020 si prevede un aumento della quantità di rifiuti urbani del 25 % rispetto al 2005. Una maggiore valorizzazione dei rifiuti e il dirottamento dei rifiuti dalle discariche rivestono un ruolo fondamentale nel combattere gli impatti ambientali esercitati dai crescenti volumi di rifiuti. Grazie al maggiore utilizzo del riciclaggio e dell'incenerimento con recupero di energia, si stima che le emissioni nette di gas a effetto serra derivanti dalla gestione dei rifiuti urbani subiranno un calo considerevole entro il 2020. Limitare o evitare la crescita dei volumi di rifiuti ridurrebbe ulteriormente le emissioni di gas serra generate dal settore dei rifiuti e garantirebbe ulteriori benefici per la società e l'ambiente. N.B. E' possibile scaricare il documento alla pag. web: http://reports.eea.europa.eu/briefin...ng_01-2008.pdf
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Fonte: Corriere della Sera - 02/02/2008
Gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici almeno su due elementi sono d'accordo: nel riconoscere la responsabilità delle attività umane e sul fatto che la temperatura media del pianeta sia già aumentata di 0,8 gradi. Se questa tendenza continuerà gli scenari previsti sono drammatici: tra 40 anni potrebbero essere spariti i ghiacciai dell'Himalaya e con loro le risorse idriche che alimentato milioni di persone. E ancora, tra 50 anni lo scioglimento della calotta glaciale in Groenlandia potrebbe essere irreversibile così come la trasformazione in savana della foresta pluviale amazzonica. Sono alcuni degli esempi illustrati nel documentario firmato dal National Geographic, e intitolato "Sei gradi possono cambiare il mondo" trasmesso su National Geographic Channel (canale 402 di SKY), domenica 3 Febbraio alle ore 21.00. COSI’ PUO' CAMBIARE IL VOLTO DELLA TERRA - Utilizzando complessi modelli climatici, il documentario descrive in maniera approfondita gli effetti dell’incremento della temperatura. Se si alzasse di un grado, migliaia di case costruite lungo la Baia del Bengala verrebbero sommerse e uragani inizierebbero a scatenarsi nel Sud Atlantico. A + 2 gradi i ghiacciai della Groenlandia si scioglierebbero più velocemente, mentre gli orsi polari diventerebbero una specie a rischio di estinzione. In Canada la tundra inizierebbe a lasciare il posto alle foreste. A causa della crescita di tre gradi della temperatura la foresta pluviale amazzonica scomparirebbe, trasformandosi in una savana, Quasi tutte le vette alpine sarebbero prive di neve. A + 4 gradi Venezia verrebbe sommersa e le spiagge della Scandinavia diventerebbero le nuove Saint Tropez. Con un aumento di cinque gradi città come Los Angeles o Il Cairo non avrebbero più acqua. A + 6 gradi la desertificazione conquisterebbe gran parte del Pianeta e gli oceani sarebbero completamente blu, visto che ogni forma di vita sarebbe morta. I RIMEDI - E' però ancora possibile bloccare il riscaldamento globale, puntando alla riduzione dei gas serra: almeno sette miliardi di tonnellate ogni anno. Basta iniziare dalle vita quotidiana, come usare lampadine a fluorescenza. Nei soli Stati Uniti, se ogni famiglia riducesse i cosiddetti consumi fantasma, spegnendo i prodotti elettronici come i computer piuttosto che lasciarli in standby, si risparmierebbe energia pari a 18 centrali elettriche a carbone. Migliorare del 20% l'efficienza di tutte le centrali a carbone e ridurre l’emissione di anidride carbonica dalle case e dai veicoli stradali permetterebbero di mantenere il riscaldamento globale al di sotto della fatidica quota dei tre gradi. Per vedere una preview del documentario andare alla pag. web: CorriereTv - I sei gradi che cambiano la Terra
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Fonte: Le Scienze - 05/02/2008
Per quanto il riscaldamento globale sia un fatto ormai assodato, il suo possibile andamento nel futuro è soggetto a numerose variabili e alle mutue influenze che le une hanno sulle altre, creando uno scenario estremamente complesso. Allo stato attuale i cambiamenti appaiono molto lenti, almeno se misurati su una scala umana. Questo - hanno osservato alcuni climatologi - può ingenerare un sentimento di falsa sicurezza, perché, come in tutti i sistemi complessi, in alcune regioni i fattori antropogenici possono portare il sistema climatico a un punto di svolta, superato il quale i cambiamenti diventano più drastici, veloci e potenzialmente irreversibili. Un gruppo di 36 climatologi coordinati da Timothy Lenton della British University of East Anglia a Norwich e da Hans Joachim Schellnhuber del Potsdam Institute for Climate Impact Research hanno condotto una ricerca cercando di identificare, per quanto possibile alla luce delle attuali conoscenze, le aree più sensibili e i rispettivi punti di svolta. Il risultato del loro sforzo è pubblicato sull'ultimo numero dei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) in un articolo intitolato "Tipping elements in the Earth's climate system". Dallo studio risulta che le aree più sensibili e rispetto alle quali è determinabile con maggior sicurezza il punto di svolta sarebbero: - la coltre glaciale della Groenlandia: nel caso di un riscaldamento regionale di più di tre gradi Celsius si potrebbe verificare il completo scioglimento della coltre nell'arco di 300 anni, con un aumento del livello del mare di sette metri - il Mar glaciale artico. La soglia di scongelamento potrebbe essere rappresentata da un riscaldamento locale compreso fra gli 0,2 e i 2°C. Mediamente sensibili, e dal punto di svolta più incerto sarebbero invece le seguenti regioni: - la coltre glaciale dell'Antartide occidentale - le foreste boreali - la foresta pluviale amazzonica - le regioni interessate direttamente dall' ENSO (El Niño Southern Oscillation) - il Sahel e le regioni dell'Africa occidentale interessate dai monsoni - le aree monsoniche del subcontinente indiano Sarebbe invece meno sensibile e con un punto di svolta determinabile con una certa incertezza le regioni di circolazione termoalina dell'Atlantico. N.B. Per maggiori informazioni leggere la fonte originaria: Lenton, T. M., Held, H., Kriegler, E., Hall, J. W., Lucht, W., Rahmstorf, S. and Schellnhuber, H. J. (2008). Tipping elements in the Earth's climate system. Proceedings of the National Academy of Sciences, Online Early Edition
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Fonte: Europa - The European Union On-Line - 06/02/2008
Per attuare politiche efficaci sono indispensabili informazioni tempestive, affidabili e pertinenti sullo stato dell'ambiente, che consentano di capire, ad esempio, come sta cambiando il clima, se lo stato delle acque europee sta migliorando e in che modo la natura sta reagendo all’inquinamento e al mutamento di destinazione dei suoli. Queste informazioni devono essere accessibili a tutti ed essere facilmente comprensibili. A tal fine la Commissione propone di migliorare e rendere più moderni e più razionali i sistemi di informazione esistenti, mediante l'istituzione di un Sistema comune di informazioni ambientali. L'obiettivo è duplice: collegare meglio tutti i sistemi di raccolta dei dati e i flussi di informazione esistenti tramite l'utilizzo di strumenti moderni, come internet e le tecnologie satellitari, e passare da un sistema di comunicazioni cartacee ad un sistema in cui i dati siano accessibili agli utenti alla fonte in modo aperto e trasparente. Il commissario per l'ambiente Stavros Dimas ha dichiarato: «La disponibilità di informazioni tempestive, pertinenti e affidabili sull’ambiente è assolutamente necessaria per consentire ai responsabili politici di far fronte ai problemi ambientali del nostro tempo. Ma non è sufficiente. I nostri cittadini hanno il diritto di conoscere la qualità dell'aria e dell'acqua del luogo in cui vivono e di sapere se inondazioni, siccità e inquinamento minacciano i loro beni e le loro fonti di sostentamento. Dobbiamo migliorare il modo in cui raccogliamo, analizziamo e comunichiamo le informazioni sull'ambiente che ci circonda.» La necessità di condividere le informazioni ambientali Delle centinaia di atti normativi in vigore nell'Unione europea in materia ambientale, più di 70 impongono agli Stati membri la presentazione di relazioni su aspetti specifici dell'ambiente nel loro territorio. Ciò implica la raccolta di una grande quantità di dati ambientali da parte delle autorità pubbliche ai vari livelli in tutta l'Unione europea. Tali informazioni sono utilizzate per analizzare le tendenze e le pressioni sull'ambiente e sono essenziali per definire le politiche e valutare se sono efficaci e se sono attuate correttamente. Attualmente questa mole di informazioni non è resa disponibile né tempestivamente né in un formato immediatamente utilizzabile e comprensibile per i responsabili politici e i cittadini, e ciò a causa di una serie di ostacoli di natura giuridica, finanziaria, tecnica e procedurale. Grazie al Sistema comune di informazioni ambientali (Shared Environmental Information System - SEIS), i dati e le informazioni ambientali saranno memorizzati in varie banche dati ambientali in tutta l'Unione europea e saranno virtualmente interconnessi e compatibili. Il SEIS sarà un sistema di informazione decentrato ma integrato e accessibile via internet, basato su una rete di fornitori di informazioni pubbliche che condividono dati e informazioni ambientali. Sfruttare i vantaggi offerti dalle tecnologie Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione permetteranno ai responsabili politici di disporre di dati in tempo reale e di prendere decisioni immediate, che potranno servire a salvare vite umane. Le recenti esperienze di incendi boschivi, inondazioni e siccità dimostrano quanto sia importante disporre di informazioni ambientali tempestive in caso di emergenza. Per far fronte alle attuali sfide ambientali, come la scarsità d'acqua, la salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità e l'adattamento ai cambiamenti climatici, è necessario valutare dati provenienti da molteplici settori e da diverse fonti. Ad esempio, per valutare gli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla salute occorre incrociare le statistiche sanitarie e quelle sulla qualità dell'aria e sulla densità di popolazione di una determinata regione o zona geografica e analizzarle insieme, e poi intervenire in funzione dei risultati ottenuti. Migliorare la qualità delle informazioni ambientali per migliorare la qualità delle politiche Il SEIS metterà a disposizione degli Stati membri un efficiente sistema elettronico che consentirà loro di adempiere agli obblighi di comunicazione previsti dalle politiche e dalle normative ambientali dell'UE. Il nuovo sistema permetterà in particolare di evitare la duplicazione degli sforzi in materia di comunicazione dei dati, di razionalizzare i flussi di dati e di ridurre i costi di monitoraggio e comunicazione. In compenso, il SEIS offrirà agli Stati membri e alle istituzioni dell'UE informazioni ambientali più coerenti, per facilitare l'elaborazione e l'attuazione delle politiche ambientali e accrescerne l'efficacia. Il SEIS accrescerà inoltre il potere di scelta dei cittadini europei, mettendo a disposizione nella loro lingua informazioni ambientali utili che consentiranno loro di prendere decisioni informate sull'ambiente che li circonda e di influenzare le politiche pubbliche. Dal progetto alla realtà Nel corso del 2008 sarà presentato un piano dettagliato per la realizzazione del SEIS, basato sulle attività già intraprese in Europa per la creazione di sistemi di informazione integrati. A titolo di esempio, si possono ricordare il sistema di informazione sulle acque per l'Europa (Water Information System for Europe - WISE) e la rete europea d'informazione e osservazione in materia ambientale (EIONET), la direttiva INSPIRE del 2007, volta a migliorare l'accessibilità e l'interoperabilità dei dati territoriali, e l'iniziativa GMES (Global Monitoring for Environment and Security – Monitoraggio globale per l'ambiente e la sicurezza) basata su dati derivanti dal monitoraggio terrestre ottenuti da satelliti. Tuttavia, non esiste una piattaforma integrata per collegare tutte queste iniziative in un sistema comune e condiviso. Scopo del SEIS è colmare questa lacuna. Per la realizzazione del SEIS, a integrazione degli stanziamenti provenienti dai bilanci nazionali e regionali sarà concesso un sostegno finanziario comunitario, che sarà erogato tramite i programmi quadro di ricerca, il programma LIFE +, il programma quadro per la competitività e l'innovazione (CIP) e i Fondi strutturali.
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Fonte: ARPAT - 06/02/2008
Il Comitato Internazionale per il Cambiamento Climatico (International Panel for Climate Change, Ipcc) che fa capo all'Onu ha recentemente completato la sua Quarta Valutazione, intitolata «Climate Change 2007» («Cambiamento climatico 2007»). Lo studio comprende interessanti considerazioni relative all'impatto dei cambiamenti climatici sulla salute umana. In particolare esso identifica l'impatto sulla salute umana come una delle più importanti e preoccupanti conseguenze della variazione del clima mondiale. Si sono infatti individuati alcuni fenomeni allarmanti, tra cui occupano un posto di grande rilievo la crescita in Europa della mortalità dovuta all'aumento delle temperature, le variazioni nei flussi di trasmissione delle malattie in alcune regioni e l'anticipazione della stagione dei pollini nell'emisfero nord ad alte e medie latitudini. L'aumento della temperatura media mondiale è uno dei fattori di maggiore impatto per la salute umana e oggi vi è una consapevolezza sempre più profonda della consistenza di questi effetti, che sembrano aumentare con il crescere delle temperature medie. Lo stato di salute di milioni di persone è destinato a subire gravi conseguenze, come: • aumento del rischio di malnutrizione causato dall'impoverimento delle riserve idriche e, di conseguenza, dalla correlata diminuzione della disponibilità dei generi alimentari; • aumento delle morti, degli infortuni e dei disordini mentali post-traumatici dovuti a catastrofi naturali quali alluvioni, uragani, cicloni tropicali, ecc; • aumento delle malattie diarroiche; • aumento delle malattie cardio-polmonari dovute all'alta concentrazione di ozono in atmosfera; • aumento dei decessi correlati alle alte temperature, specialmente nei gruppi più vulnerabili, come anziani, malati cronici, bambini e individui socialmente isolati, a causa della maggiore frequenza delle ondate di calore; • cambiamenti nella distribuzione mondiale di alcune piante e delle eventuali allergie ad esse associate; • cambiamenti nella distribuzione di alcune malattie infettive; • diminuzione dei tassi di mortalità legati alle basse temperature in alcune regioni, a causa della diminuzione del numero dei giorni di freddi annuali, contrapposta all'aumento dei giorni caldi. Si tratta dunque di conseguenze molto preoccupanti, capaci di annullare qualsiasi beneficio che l'aumento delle temperature potrebbe potenzialmente apportare. Naturalmente questi effetti non si distribuiranno omogeneamente su tutta la superficie terrestre, ma saranno proprio gli abitanti dei paesi sottosviluppati o in via di sviluppo a subire le conseguenze più gravi. Tuttavia, anche i paesi ricchi risentiranno profondamente del fenomeno. Più precisamente in Africa si prevede l'aggravarsi della già presente malnutrizione, a causa di una diminuzione delle piogge pari al 50%, con le conseguenze negative che ciò avrà per l'agricoltura del paese. L'Asia rischierà invece un aumento delle epidemie e della mortalità a causa del diffondersi di malattie diarroiche connesse all'alternarsi di periodi di siccità ed eventi alluvionali. Questi fenomeni saranno particolarmente gravi in Asia orientale e meridionale. Per quanto riguarda l'Europa, i rischi maggiori saranno invece connessi alla maggiore frequenza delle ondate di calore e degli incendi. Dato che tali eventi, come sappiamo, possono essere la causa del verificarsi di numerosi decessi, si prevede anche nel nostro continente un conseguente aumento della mortalità. In America Latina aumenterà invece in numero di persone destinate a soffrire la fame, a causa della decrescita della produttività sia in agricoltura sia nell'allevamento. Infine, nel Nord America si prevede la crescita dell'intensità e della durata delle ondate di calore e, dunque, l'aumento dei decessi connessi a tali fenomeni. Come vediamo lo stato di salute di milioni di persone, sarà influenzato dalla variazione del clima terrestre. Ma se da un lato ciò è vero per tutti i continenti, dall'altro lato saranno quelle popolazioni con le più basse capacità di adattamento a soffrirne maggiormente. Un'importanza critica sarà infatti ricoperta dall'adattamento di alcuni settori economico–sociali connessi direttamente alla salute umana, ossia, lo sviluppo economico, la sanità pubblica, le infrastrutture sanitarie e l'educazione. La salute umana è comunque solo uno dei settori più sensibili ai cambiamenti climatici. Ve ne sono infatti molti altri che rischiano danni altrettanto gravi, ad esempio la produzione/fornitura di generi alimentari, le risorse idriche, il sistema costiero, gli ecosistemi naturali, le infrastrutture, la calotta polare, le correnti atmosferiche e oceaniche, i cicli geobiochimici terrestri. Nonostante siano già disponibili in tutti i paesi numerosi piani di azione, restano necessarie politiche di adattamento più estese ed efficaci, capaci di ridurre effettivamente la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Nel settore sanitario, in particolare, le misure prese finora includono lo sviluppo di piani d'azione contro le ondate di calore, il rafforzamento dei servizi sanitari nel corso di tali fenomeni, il miglioramento della sorveglianza sulle malattie connesse al calore e piani d'azione volti ad aumentare la disponibilità di acqua potabile, energia e servizi sanitari. Vi sono poi numerosi strumenti politici capaci di apportare un beneficio nel breve termine, come ad esempio i protocolli per la riduzione dell'emissione dei gas a effetto serra. Queste misure sono però messe in difficoltà da barriere economiche e sociali di diverso tipo, così che anche le società con alte capacità di adattamento restano vulnerabili al cambiamento climatico. Né le strategie di adattamento (es. la riduzione degli effetti) né il taglio delle emissioni di gas a effetto serra (es. la riduzione di CO2) possono arrestare da soli la variazione del clima terrestre e i suoi effetti sulla salute umana. Essi però, completandosi a vicenda e interagendo l'un l'altro, possono insieme ridurre significativamente i rischi che la società umana mondiale sta correndo a causa dei cambiamenti climatici. N.B. Per leggere il Rapporto andare alla pag. web: IPCC Fourth Assessment Report: Working Group I Report "The Physical Science Basis"
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Fonte: Ansa - 06/02/2008
BRUXELLES - Un miliardo e 600 milioni di euro per progetti di ricerca grazie ai quali, dal 2015, gli aerei fabbricati nell'Unione europea dovrebbero essere piu' silenziosi e meno inquinanti, in omaggio agli imperativi di rispetto dei limiti di emissioni di gas a effetto serra: e' quanto annunciato oggi a Bruxelles dal Commissario alla ricerca, Janez Potocnik. Dall'iniziativa - presentata oggi - dovrebbe uscire una nuova generazione di aerei piu' ''verdi'' ed efficienti dal punto di vista ambientale. Potocnik ha dato ufficialmente il via al progetto, 'Clean Sky', Cielo pulito, che punta su partnership pubblico-privato il piu' ampie possibile e incoraggia la piena partecipazione di imprese piccole e medie, universita' e centri di ricerca, oltre alle grande compagnie costruttrici di aeromobili. Clean Sky, con un bilancio che ha in dotazione 1,6 miliardi di euro, diventa uno dei piu' ampi progetti di ricerca europei, un impegno dell'Ue e dell'industria aeronautica per rendere il trasporto aereo sostenibile anche dal punto di vista ambientale: ''le sfide che oggi abbiamo davanti - ha affermato il commissario - che vanno dall'aumento della competitivita' alla lotta ai mutamenti del clima, sono comuni a tutti i paesi europei, e la ricerca e' la principale risposta. Se lavoriamo insieme cogliamo la migliore delle opportunita' e questa e' la logica di base che sta dietro al progetto Clean Sky''. Marc Ventre, presidente dirigente della holding francese aerospaziale Safran e del comitato esecutivo di Clean Sky, ha precisato i ''tre obiettivi'' del progetto: ''riduzione del 50 per cento del diossido di carbonio, dimezzare il livello del rumore e ridurre dell'80 per cento quello delle emissioni di ossido di azoto''. Finora, a Clean Sky hanno aderito 86 organizzazioni di 16 dei 27 paesi Ue, fra cui 54 industrie, 15 centri di ricerca e 17 universita'. (ANSA). © Copyright ANSA Tutti i diritti riservati
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Fonte: Ansa - 11/02/2008
ROMA - Terzo compleanno per il protocollo di Kyoto: e' infatti entrato in vigore il 16 febbraio 2005 mentre dal gennaio 2008 e' scattato il conto alla rovescia per raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra al 2012. L'accordo salva-clima nasce nella citta' giapponese l'11 dicembre del 1997 ed e' l'unico trattato internazionale che prevede obiettivi globali e impegnativi per il taglio delle emissioni. Su 176 i Paesi che l'hanno ratificato, sono 38 gli Stati con obblighi di riduzione, cioe' i Paesi industrializzati. Ultima new-entry l'Australia, che ha annunciato la sua adesione alla Conferenza mondiale sul clima nel dicembre scorso a Bali, che si e' chiusa lo scorso 15 dicembre. Rimasti fuori invece dalla ratifica del documento fra i Paesi industrializzati ad oggi sono solo gli Stati Uniti. Da questo accordo nasce una vera e propria rivoluzione, anche in termini economici, partita nel gennaio di quest'anno e che terminera' il 31 dicembre del 2012. Cosa prevede il protocollo di Kyoto? Un taglio complessivo in 5 anni del 5,2% delle emissioni di gas serra a livello globale, facendo riferimento ai livelli del 1990. L'Europa, in prima fila fra i difensori di Kyoto, in base al trattato deve ridurre dell'8% le emissioni gas serra rispetto al 1990. L'Italia deve tagliare i suoi gas serra del 6,5% rispetto al 1990 quando cioe' la Co2 era a 516 milioni di tonnellate. Una corsa contro il tempo perche', l'Italia, secondo le stime, nel 2006 ha aumentato le sue emissioni raggiungendo i 573 milioni di tonnellate di Co2, segno che per colpire l'obiettivo occorre ancora un enorme sforzo, nonostante si sia registrata un'inversione di tendenza fra 2006 e 2007, con una stima di riduzione delle emissioni dell'1,5%. Ecco cosa prevede il protocollo di Kyoto: - RIDUZIONE EMISSIONI: taglio del 5,2% delle emissioni di gas serra a livello globale rispetto ai livelli '90. Per l'Europa il taglio e' dell'8% per l'Italia il 6,5%; - DAL 1/O GENNAIO 2008 CO2 HA UN PREZZO: fino al 2007 una tonnellata di Co2 costa 60 centesimi ma dal primo gennaio il prezzo sale a 21,75 euro e la stima di McKinsey e' che a fine 2008 saremo arrivati a 40 euro a tonnellata. Di pari passo salgono le cifre delle multe per chi non rispetta i tetti stabiliti: le multe fra il 2005 e il 2007, nella fase preparatoria, erano a quota 40 euro a tonnellata, mentre dopo il 2008 saliranno a 100 euro; - OBBLIGHI PER LE INDUSTRIE: ogni nazione deve realizzare il piano nazionale delle quote di emissione che fissa i tetti a livello nazionale e a livello di impianto. ''Sono oltre 14.000 i siti industriali interessati in Italia - afferma Aldo Iacomelli, membro del comitato attuazione della direttiva emission trading del ministero dell'Ambiente - dalla centrale termoelettrica alla raffineria, dal cementificio alla vetreria, cosi' come impianti siderurgici e cartiere. A ognuno viene dato un tetto di quote. Se emettono di piu' o comprano le quote nel mercato dell' emission trading o pagano la sanzione prevista dalla direttiva Ue, cioe' 100 euro a tonnellata di Co2 emessa in piu'''; - MECCANISMI FLESSIBILI: nell'ambito del sistema della ''borsa dei fumi'' esistono meccanismi flessibili dello sviluppo pulito (Cdm) e joint implementation (Ji). ''Il primo si attua fra i Paesi industrializzati e i Paesi in via di sviluppo - spiega Iacomelli - ad esempio un'azienda italiana costruisce in Cina una centrale fotovoltaica''. Cosi' la Co2 risparmiata da quella centrale viene dedotta dal conto dell'Italia. Il Joint implementation invece si attua fra Paesi che hanno obblighi di riduzione, come l'Italia e la Romania. (ANSA). © Copyright ANSA Tutti i diritti riservati
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