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Oggi Enel, Eni e il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo si sono spellati le mani per applaudire l’inaugurazione del primo impianto pilota italiano di Ccs (carbon capture and storage). Serve per catturare l’anidride carbonica (Co2, il gas dell’effetto serra) prodotta dalla centrale termoelettrica a carbone di Brindisi e seppellirla a Cortemaggiore, in Emilia Romagna. Dalla centrale di Brindisi escono ogni anno 13 milioni di tonnellate di anidride carbonica. L’impianto ne tratterà 8.000 tonnellate all’anno: lo 0,615%. Il costo è di quasi 7 milioni di euro all’anno per tre anni (progetto triennale del costo complessivo di 20 milioni). Si tratta di soldi europei. Soldi pubblici. Soldi di noi contribuenti. Trattandosi di un progetto pilota bisogna supporre che i costi della tecnologia pienamente sviluppata siano inferiori. Ma il Ccs si presenta come una procedura molto costosa anche in futuro. Sarebbero soldi ben spesi se si aprissero orizzonti promettenti. Ed è proprio questo il punto. Il carbone con cui è alimentata la centrale di Brindisi è il meno costoso dei combustibili fossili, anche se la fine dell’abbondanza sembra vicina. E’ però molto inquinante, e bruciandolo entrano nell’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, il principale gas dell’effetto serra. Di qui il tentativo di catturare l’anidride carbonica invece di lasciarla uscire dalle ciminiere. Vi rimando ai link in fondo per i dettagli dell’impianto: comunque, una volta catturata, l’anidride carbonica di Brindisi sarà liquefatta, inserita in autocisterne e trasportata su strada fino a Cortemaggiore (provincia di Piacenza), dove sarà pompata sottoterra in un giacimento esausto Eni di metano. E’ solo un progetto pilota triennale: l’obiettivo è verificare se tutto funziona e poi replicare in grande con la centrale a carbone di Porto Tolle. Due le questioni da considerare. Primo, il costo effettivo della tecnologia al di là della fase sperimentale. Secondo, la reale efficacia: l’anidride carbonica può uscire dalla tomba dopo che si è fatta tutta questa fatica e si sono spesi tutti questi soldi per celebrarle il funerale? La risposta pare che sia sì: alla luce di quanto sta accadendo in Canada, l’anidride carbonica può tornare nell’atmosfera. E’ il principio delle scorie nucleari: per quanto un luogo sembri sicuro e sigillato, nessuno è in grado di garantire che lo sia davvero. L’anidride carbonica è inodore e letale per gli esseri viventi. Eventuali spifferi fuoriusciti dalla tomba non si limiterebbero a cancellare il tentativo di mitigare l’effetto serra. E quanto al costo del Ccs applicato in scala non più sperimentale nè dimostrativa, si trova in giro una girandola di cifre. Tutte alte. Uno studio ospitato sul sito della Regione Emilia Romagna (interessata perchè l’anidride carbonica di Brindisi sarà sepolta appunto a Cortemaggiore) parla di 50-70 euro per tonnellata di anidride carbonica, con la possibilità (almeno teorica) di catturare fino al 90% di quella che esce dall’impianto. Nel caso di Brindisi e dei suoi 13 milioni di tonnellate annue di Co2, sarebbero 585-819 milioni di euro all’anno. Salute! Greenpeace sottolinea che la cattura dell’anidride carbonica consuma il 10-40% dell’energia prodotta dalla centrale termoelettrica e potrebbe far raddoppiare i costi per la realizzazione delle centrali a carbone, con un aumento dei prezzi dell’elettricità del 20-90%. Allora: tutti questi soldi sono davvero spesi bene? Mi sembrerebbe più saggio investirli nelle energie pulite e rinnovabili e nell’efficienza energetica. Sole e vento sono inesauribili e gratuiti (a differenza del carbone) e non comportano emissioni di anidride carbonica, nè la necessità di celebrarle un costoso funerale con il timore – oltretutto – che risorga dalla tomba.
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Fonte: Ansa - 10/03/2011
Tira ancora una brutta aria nelle città italiane. A soli due mesi dall'inizio del 2011 sono già 22 i capoluoghi che hanno superato i 35 giorni di sforamento del Pm10 consentito. A guidare la classifica delle città più inquinate dalle polveri sottili Milano con 56 giorni 'fuorilegge', seguita da Torino (54) e Brescia che, pur avendo perso il primato rispetto al 2010, registra ben 51 giorni off-limits. Sono i dati sull'inquinamento atmosferico presentati da Legambiente oggi a Roma in occasione dell'avvio della campagna di rilevamento degli inquinanti atmosferici e acustici 'Treno Verde'. Nelle prime posizioni molte città dell'area padana: ben otto nei primi dieci posti e 18 tra le 22 che hanno sforato il limite di legge. Al centro-sud Frosinone ha già superato di 48 giorni il limite di legge, seguita da Napoli e Pescara che hanno raggiunto i 36. Anche altri grandi città come Roma e Firenze, con 29 e 28 giorni di sforamento, stanno per raggiungere il limite consentito. Per non far abbassare la guardia su questo fronte torna sui binari il Treno Verde di Legambiente e Ferrovie dello Stato. Il Treno Verde - realizzato quest'anno con la partecipazione del ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, la collaborazione di Anci nell'ambito della campagna 'Patto dei Sindaci' - porta a bordo dei vagoni tante informazioni sulla mobilità sostenibile, l'energia rinnovabile, il risparmio energetico, le scelte d'acquisto responsabili e la corretta gestione dei rifiuti. Partendo oggi da Roma, il Treno Verde di Legambiente si dirigerà a Siracusa, Reggio Calabria e Bari, risalendo poi la penisola attraverso Salerno, Pisa, Genova, Brescia, Vicenza e Rimini. Per ogni tappa, lo speciale convoglio analizzerà la qualità dell'aria e i livelli di rumore attraverso le rilevazioni condotte dal Laboratorio mobile dell'Istituto sperimentale di Rfi (Rete Ferroviaria Italiana), società del Gruppo Ferrovie dello Stato, mentre per il terzo anno consecutivo l'equipaggio del Treno Verde, con l'ausilio di attrezzature scientifiche fornite da Con.tec, effettuerà monitoraggi ulteriori sulla concentrazione delle polveri sottili anche in altre zone. Oltre al Pm10, per ogni città visitata, saranno effettuate rilevazioni sulle concentrazioni in atmosfera di benzene, biossido di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo e ozono. Al centro della 22/ma edizione del Treno Verde, la città, con particolare riferimento al 'Patto dei Sindaci' (Covenant of Mayors), l'accordo europeo secondo il quale i Comuni si impegnano su base volontaria a realizzare, entro il 2020, piani di azione per rientrare negli obiettivi del 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di Co2, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili e ridurre del 20% i consumi). Le amministrazioni cittadine, durante le tappe del Treno Verde, saranno dunque chiamate ad accogliere la sfida di lavorare alla sostenibilità ambientale. ''Il Patto dei Sindaci è uno strumento concreto per vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici partendo proprio dalla riqualificazione delle nostre città in chiave energetica'', ha detto Rossella Muroni, direttore nazionale di Legambiente.
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Fonte: Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile - 24/03/2011
E' in corso oggi all'Università degli Studi di Milano la conferenza "Il clima che verrà", promossa da ZeroEmission, il network sulle energie rinnovabili, il clima e la sostenibilità ambientale di Artenergy publishing, con la consulenza scientifica di Vincenzo Ferrara dell'Enea e di Claudio Smiraglia, del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Ateneo milanese che nel suo intervento è partito da alcune certezze. «Una delle conferme dei cambiamenti climatici è l'evoluzione recente dei ghiacciai. In particolare va evidenziato come su scala globale non vi siano più incertezze che il fenomeno del regresso interessi ormai tutte le regioni glacializzate, in tutti i continenti. È chiaro, tuttavia, che tenendo conto della molteplicità topografica, dimensionale e climatica della criosfera (dai minuscoli ghiacciai mediterranei alle gigantesche calotte polari), questo fenomeno si presenta in forme e dimensioni molto differenziate e che la risposta dei diversi ghiacciai si attua in tempi non sempre confrontabili». I cambiamenti climatici sono una criticità ma sono anche un'occasione per affrontare temi che non possono essere elusi e che devono trovare risposte. Questa la chiave di lettura fornita da Ferrara. «I cambiamenti climatici devono essere visti anche come un'occasione per discutere di altri problemi correlati, che bisognerebbe comunque affrontare: ad esempio, la necessità di ridurre le emissioni di CO2 e i consumi di energia. A riguardo, segnalo un dato particolarmente significativo: nel mondo si potrebbe ridurre di ben il 73% il consumo di energia, a parità di soddisfazione del fabbisogno energetico, mentre in Italia circa il 40% dello spreco avviene negli edifici. Un altro importante aspetto da affrontare è quello dei rischi idrogeologici, per i quali è indispensabile una maggiore prevenzione. Inoltre, va sottolineato come sia sempre più necessaria una cooperazione internazionale basata su principi di solidarietà». L'occasione è servita anche per evidenziare i settori in cui è necessario incrementare le politiche e le azioni come ad esempio quello dell'adattamento. «Finora si è agito soprattutto sotto l'aspetto della mitigazione, mentre molto resta da fare in tema di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici - ha sottolineato Luciana Sinisi dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale - In particolare, desidero evidenziare i rischi per la salute correlati non solo alle ondate di calore, ma anche ad altre cause. Mi riferisco, ad esempio, all'aumento di rischi di malattie infettive per l'aumento di insetti vettori, al rischio di contaminazione delle acque da alluvioni o periodi di pioggia alternate a siccità, alle allergie causate da fioriture anticipate o dall'arrivo di nuove specie vegetali. I cambiamenti climatici, quindi, amplificano problemi già esistenti e li fanno emergere. E i nuovi rischi infettivi, allergici e tossici, diversi da quelli esistenti vent'anni fa, sollecitano di ripensare i sistemi di prevenzione ambientali, sanitari e sociali». Naturalmente scienziati e tecnici non hanno tralasciato il punto sulla situazione italiana. «L'Italia è la culla della meteorologia, dove sono state fatte le prime osservazioni su variabilità e cambiamenti climatici. Ed è anche il Paese che negli ultimi 150 anni ha registrato un aumento della temperatura di 1,5 gradi, a fronte di un incremento medio di 0,8 gradi nel resto del mondo» ha informato Maurizio Maugeri del Dipartimento di Fisica dell'Università degli Studi di Milano, e Alessio Bellucci del Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti climatici ha aggiunto: «In Italia, se si raffronta la fine del XXI secolo con quella del secolo precedente, si può rilevare una crescita del riscaldamento particolarmente accentuata in estate, stagione durante la quale è stata registrata una diminuzione delle precipitazioni fino a oltre il 40%. E in futuro le stagioni non solo diventeranno ancora più calde, ma si intensificheranno sia le precipitazioni sia i periodi caratterizzati da siccità». A fronte di questo quadro si comprende come le politiche generali e di settore dovrebbero essere indirizzate con lungimiranza verso la direzione della sostenibilità (ambientale in primis) per garantire livelli di vita adeguati alle prossime generazioni. Il problema è, che almeno in Italia, si fatica a governare il quotidiano e a spiegare quello che è successo ieri, figuriamoci a "progettare" il futuro.
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Fonte: Agenzia di stampa Asca S.p.A. - 05/04/2011
''Nonostante si fumi di meno non diminuiscono le patologie polmonari come la Bpco e l'asma''. Lo sostiene Mauro Mocci, dell'Associazione medici dell'ambiente tra gli ospiti della XII edizione degli ''Incontri Pneumologici'' che quest'anno si terranno a Scanno, in provincia dell'Aquila, dal 7 al 10 aprile. ''Studi internazionali - spiega l'esperto - evidenziano che con l'alzarsi del livello di inquinamento crescono le malattie polmonari e non (infarti, ictus). Sono aumentati i casi di tumori al polmone correlati all'esposizione cronica di inquinanti atmosferici''. Uno studio svolto nelle otto maggiori citta' italiane, ha evidenziato che l'inquinamento dell'aria e' responsabile di 30.000 attacchi di asma l'anno nei ragazzi sotto i 15 anni. ''Esiste anche una correlazione tra inquinamento e polmonite - ricorda Mocci -. Il numero dei ricoveri di bambini affetti da polmonite, nell'area metropolitana di Roma, aumenta in rapporto all'innalzamento dei livelli di inquinamento atmosferico''. ''L'aria che respiriamo, i cibi che mangiamo, l'acqua che beviamo, possono essere contaminati da sostanze inquinanti provenienti da varie fonti'', sottolinea Mocci, che aggiunge: ''A fronte della diminuzione che si e' registrata negli ultimi decenni delle concentrazioni di alcuni inquinanti antropici come il monossido di carbonio, il biossido di zolfo, il benzene e il piombo, permangono invece elevati i livelli di ossido di azoto, ozono, diossine, i metalli pesanti, prodotti chimici persistenti e polveri fini ed ultrafini''. noe/sam/ss
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Fonte: EUROPA - CORDIS: Community Research and Development Information Service - 13/04/2011
Una nuova ricerca mostra che le emissioni del gas a effetto serra denominato ossido di diazoto (N2O) sono aumentate significativamente a causa dei composti reattivi dell'azoto provenienti dai trasporti, dall'industria e dall'agricoltura. Presentato sulla rivista Nature, lo studio ENA (Valutazione europea sull'azoto) rivela che le emissioni di N2O generate dai terreni forestali sono almeno il doppio della cifra prevista nelle proiezioni del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC). I risultati, esposti in occasione della conferenza internazionale "Nitrogen and global change 2011" dell'11-15 aprile a Edimburgo, Regno Unito, non sono promettenti. Allo studio ENA hanno partecipato 200 esperti provenienti da ambienti scientifici e politici di 21 paesi. I dati mostrano che, in media, 4% dell'azoto reattivo atmosferico è convertito in N2O, che è quindi riassorbito nell'atmosfera. Rispetto alla stima dell'IPCC, solo 1kg di N2O produce un effetto serra 300 volte superiore a quello di una equivalente quantità di anidride carbonica (CO2). Gli esperti dicono che i composti reattivi dell'azoto sono per lo più di origine antropogenica e sono parzialmente convertiti in N2O, che è il terzo maggiore responsabile dell'effetto serra. I ricercatori hanno scoperto che per 188 milioni di ettari di area boschiva, la deposizione di azoto reattivo è aumentata ogni anno di 1,5 milioni di tonnellate tra il 1860 e il 2000, l'equivalente di un aumento di 8kg di azoto reattivo per ettaro di foresta all'anno. I fertilizzanti usati in agricoltura contribuiscono all'aumento della concentrazione atmosferica di azoto reattivo. Altri fattori che contribuiscono a questa crescita è l'associata volatilizzazione dell'ammoniaca e le emissioni di N2O innescate dalla combustione di biomassa e dai combustibili fossili. Oltre a condurre a maggiori emissioni di N2O dai terreni forestali, che hanno un impatto negativo sul clima, la maggiore deposizione di azoto reattivo nei boschi porta anche a una perdita di diversità nelle specie animali e vegetali. Anche l'acqua è colpita dall'aumento delle emissioni di nitrato. In quanto studio pioneristico sulle molteplici minacce poste dall'inquinamento da azoto, la ricerca ENA presta particolare attenzione all'impatto dell'azoto sui cambiamenti climatici e sulla perdita di biodiversità in Europa, identificando anche le aree d'Europa che sono a rischio. Commentando sull'importanza di tagliare le emissioni di azoto, il dott. Sutton del Centro per l'ecologia e l'idrologia del Regno Unito dice: "È una scoperta estremamente importante. Significa che il rilascio di azoto nell'atmosfera da parte dell'industria e dell'agricoltura sta avendo un impatto sulle emissioni di ossido di diazoto dal terreno molto più alto di quanto rilevato in precedenza. Lo studio fornisce un'ulteriore argomentazione a sostegno del perché sia essenziale ridurre le emissioni di ossidi di azoto e ammoniaca, a totale beneficio del clima, della qualità dell'aria e della biodiversità". Da parte sua, il professor Klaus Butterbach-Bahl del KIT, Istituto di tecnologia di Karlsruhe (Germania), ha dichiarato alla presentazione dello studio ENA: "L'attuale livello di deposizione di azoto reattivo atmosferico è eccessivamente alto". Il ricercatore del KIT è responsabile della divisione di ricerca ambientale atmosferica dell'Istituto di meteorologia e ricerca climatica (IMK-IFU) in Germania e autore esperto del capitolo dello studio ENA sull'effetto negativo dell'azoto reattivo sul bilancio dei gas a effetto serra in Europa. In ricerche collegate, il prof. Butterbach-Bahl e i suoi colleghi rivelano che le concentrazioni del gas a effetto serra N2O nell'atmosfera sono aumentate "dall'età preindustriale a causa delle perturbazioni antropogeniche sul ciclo dell'azoto globale, e l'allevamento di animali è uno dei fattori principali". La ricerca è stata parzialmente finanziata dal progetto NITROEUROPE ("The nitrogen cycle and its influence on the European greenhouse gas balance"), che si è aggiudicato quasi 17 milioni di euro nell'ambito dell'area tematica "Sviluppo sostenibile, cambiamento globale ed ecosistemi" del Sesto programma quadro dell'UE (6° PQ). Per maggiori informazioni, visitare: Valutazione europea sull'azoto (ENA): News | Nitrogen in Europe
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Fonte: Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile - 19/04/2011
Jean-Pascal van Ypersele, vice presidente dell'Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) e professore di climatologia all'Université Catholique de Louvain, in Belgio, era a Malta per un meeting di tre giorni con il governo e il mondo scientifico di un'isola che non brilla certo per iniziative ambientali e in un'intervista al "The Malta Business Weekly" ha detto che «Il bacino del Mediterraneo è destinato a diventare in modo significativo più secco e più caldo in estate, a causa del cambiamento climatico, con notevoli ripercussioni sul turismo». Ci saranno anche conseguenze importanti per agricoltura, impianti idroelettrici, salute pubblica e un grave rischio di incendi boschivi e deforestazione. In mare a fare le spese del global warming e dell'acidificazione saranno soprattutto organismi marini come i coralli e le conchiglie e le specie che dipendono da loro». Secondo van Ypersele «Un aumento di 50 centimetri del livello del mare entro la fine di questo secolo, considerato il "range probabile", potrebbe far emigrare una parte significativa degli oltre 10 milioni di egiziani che vivono nel Delta del Nilo, la loro grande area agricola». Ma saranno soprattutto le isole del Mediterraneo come Malta che dovranno affrontare sfide enormi, soprattutto per quanto riguarda le aree costiere e la biodiversità. Il vice presidente dell'Unfcc ha detto che «Ci saranno cambiamenti significativi nel nostro modo di lavorare mentre stiamo preparando il quinto rapporto di valutazione, che sarà pubblicato a metà del 2014 e che fornirà la migliore base scientifica per ulteriori azioni da parte dei governi per prevenire e adattarsi al cambiamento climatico. A parte la revisione di una grande quantità di nuovi studi scientifici e di dati su tutti gli aspetti dei cambiamenti climatici e dei relativi percorsi tecnologici emergenti dal nostro ultimo rapporto, importanti climate modelling centres stanno attualmente lavorando ad una nuova famiglia di scenari attorno a quattro Representative Concentration Pathways (concentrazione dei livelli di gas serra in atmosfera) dal basso verso l'alto, rispettio al business as usual. Questi approcci comprendono anche ipotesi alternative sul futuro della politica climatica globale». La conferenza Unfccc di Cancun ha confermato che bisogna limitare l'aumento della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi, anche se i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili chiedono di arrivare al massimo a + 1,5 gradi, con una revisione del target attuale tra il 2013 e il 2015. Van Ypersele ha confermato che il prossimo rapporto Ipcc rifletterà e valuterà i risultati dei summit dell'Unfccc e proporrà le misure necessarie per conseguire quegli obiettivi «Che potrebbero comportare una riduzione ben più profondo e più rapido delle emissioni di gas serra rispetto a quelli attualmente in discussione neo negoziati delle Nazioni Unite» ma ha aggiunto che «Tuttavia, il mio ruolo nell'Ipcc non mi permette di commentare le posizioni prese da vari Paesi o la probabilità che i governi decidano in tempo le misure necessarie per combattere con successo i cambiamenti climatici». Nella sua lezione all'università di Malta, intitolata «Cambiamenti climatici, sfida o opportunità?». van Ypersele ha sottolineato che il cambiamento climatico è una realtà: «Il 2010 è stato l'anno più caldo mai registrato. Il mondo ha bisogno di dimezzare rapidamente gli otto miliardi di tonnellate di carbonio immesse nell'atmosfera ogni anno, 1,6 miliardi a causa della deforestazione e 6,4 miliardi a causa della combustione dei combustibili fossili. La vegetazione e gli oceani, già riciclano quasi il 100% di quanto è possibile delle nostre emissioni, da soli ne assorbono circa 4,8 miliardi e la loro capacità di assorbimento di oggi è in declino a causa degli incipienti impatti dei cambiamenti climatici. Infatti, la stabilizzazione del riscaldamento del clima a meno di 2° C, dovrebbe implicare di verso le emissioni zero all'incirca prima del 2070. Qualcosa che nessuno cita nei negoziati in corso. Questa è una sfida enorme, ma può essere vinta, concentrandosi sulle grandi opportunità per ridurre le emissioni sia nelle nazioni sviluppate che in via di sviluppo. Le seconde ora rappresentano più della metà delle emissioni globali di anidride carbonica. Le proiezioni basate sulle tecnologie attualmente disponibili e in via di sviluppo, mostrano che entro il 2030 potrebbero essere ottenute riduzioni enormi in queste nazioni nelle costruzioni, seguite dall'industria, dall'agricoltura e dall'approvvigionamento energetico. Tuttavia, per aumentare le possibilità bisogna che aumenti il prezzo del carbonio, una scelta politica fondamentale. Solo poche persone faranno ciò che necessario per idealismo, ma in ogni caso iniziano ad agire se devono pagare». Secondo van Ypersele l'efficienza energetica e le energie rinnovabili emergono come le migliori opzioni e le più promettenti tecnologie per ridurre le emissioni sia a medio termine entro il 2030 che a lungo termine entro il 2100, ma non scarta definitivamente il nucleare, sia pure come opzione aggiuntiva: «Un risultato del disastro nucleare giapponese è che porterà a un aumento dei costi a causa di una più ampia gamma di caratteristiche di sicurezza che saranno richieste al settore. Il fattore costi influenzerà senza dubbio le future scelte di politica energetica». A maggio ed a novembre l'Ipcc pubblicherà due rapporti speciali: "Renewable Energy Sources and Climate Change Mitigation" e "Managing the Risks of Extreme Events and Disasters to Advance Climate Change Adaptation" che saranno presentati ufficaialmente alla Conferenza Unfccc di Durban a dicembre. Van Ypersele ha ammesso che i politici dicono che le informazioni dell'Ipcc non vengono presentate in modo tale (e "facile") per poter prendere decisioni e che l'Ipcc «Potrebbe migliorare la sua comunicazione, tuttavia, la plenaria (dei governi) dell'Ipcc vuole mantenere il controllo su ciò che fa l'Ipcc e preferirei avere altri organismi per semplificare il messaggio dell'Ipcc».
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Fonte: Il Journal | Le ultime notizie, i primi commenti. - 26/04/2011
Venticinque anni fa a quest’ora la tragedia era già iniziata. Era passata da poco l’una del mattino del 26 aprile 1986. Un test “di sicurezza” portò all’esplosione e all’incendio del reattore numero 4 nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, allora parte dell’Unione Sovietica. L’enorme rilascio di radioattività, pari a centinaia di volte quello delle bombe atomiche che caddero su Hiroshima e Nagasaki, ha contaminato e tuttora contamina Bielorussia, Ucraina e in misura minora l’Europa centro orientale. Il conteggio delle vittime varia enormemente, a seconda delle fonti, in un ventaglio compreso fra 4.000 e 6 milioni. Il mondo in effetti stenta a farsi un’idea precisa della portata di questa catastrofe. Prima di arrivarci vi mostro un video del 1986. Le immagini aeree di Chernobyl girate mentre era in corso la catastrofe. E’ un documentario d’epoca poco conosciuto. La qualità non sarà eccelsa: ma verso la fine, fra le macerie della centrale, si vede chiaramente l’incendio della grafite che serviva per controllare le reazioni nucleari. Forse lo studio sulle conseguenze di Chernobyl dotato delle più poderose basi scientifiche (si basa su 5.000 fonti diverse) è quella pubblicata nel 2009 negli Annali dell’Accademia delle Scienze di New York. Dice che Chernobyl ha ucciso quasi un milione di persone fino al 2004: e il seguito è ancora tutto da indagare. E’ opera di tre scienziati ex sovietici, e dell’Urss tutto si può dire, tranne che non coltivasse la ricerca. Si intitola “Chernobyl: Consequences of the Catastrophe for People and the Environment”. Lo studio nota che prima di Chernobyl l’80% dei bambini in Ucraina e Bielorussia era in buone condizioni di salute. In seguito, sui territori contaminati, solo il 20%. Ancora: in Bielorussia (come un po’ in tutto il mondo) l’incidenza del cancro è molto aumentata nel XX secolo: ma è particolarmente alta nelle zone, tipo quella di Gomel, più colpite dalla radioattività. Visti e considerati i risultati di 5000 studi relativi a salute e contaminazione dell’ambiente, i tre ricercatori calcolano che Chernobyl abbia causato 985.000 morti fino al 2004. Continuerà a causarne: alcuni degli elementi radioattivi usciti dalla centrale decadono (cioè si dimezzano in quantità) in 20.000-200.000 anni. Su The New York Academy of Sciences Chernobyl: Consequences of the Catastrophe for People and the Environment. Il testo è a pagamento, ma c’è un riassunto su Global Research Chernobyl: The Consequences of the Catastrophe for People and the Environment
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Fonte: Ecoblog.it - 10/05/2011
La rivista scientifica Science ha pubblicato uno studio che lega l’aumento dei prezzi del cibo degli ultimi anni agli effetti del riscaldamento globale. Gli aumenti della temperatura riducono la produzione di queste materie prime con un’inevitabile ricaduta sui prezzi che, cercando di tenere presente che si tratta di fenomeni che hanno effetti globali, finiscono per divenire decisivo acceleratore per l’instabilità politica nelle regioni più povere del mondo. Questo senza considerare la crescita esponenziale degli affamati del terzo mondo, i primi ad essere colpiti da una variazione positiva del prezzo del grano. I cambiamenti climatici, secondo questo studio, hanno avuto un impatto negativo sulla produzione del grano e del mais quantificabile fra il 3% e il 6% nelle ultime tre decadi. Questa riduzione, combinata con l’aumento della domanda e i fenomeni speculativi, ha portato ad un aumento medio dei prezzi del 20%. Il climate change ha di fatto assorbito un decimo di quanto il progresso nelle tecniche di coltivazione avrebbe permesso di raggiungere in termini di aumenti dei raccolti. Il paese maggiormente colpito è la Russia dove l’aumento delle temperature e le variazioni della piovosità hanno portato un -15% nella produzione di grano. Gli studiosi della Stanford University e della Columbia University hanno evidenziato che questa riduzione equivale all’intero raccolto di un paese come la Francia, il più grande produttore dell’Unione europea. Per ridurre questi effetti negativi si possono adottare delle contromisure, ma di fatto i modelli mostrano che senza i cambiamenti climatici la produzione sarebbe potuta aumentare attenuando l’aumento dei prezzi connesso portato dalla crescita della domanda. Fonte originaria: David B. Lobell, Wolfram Schlenker and Justin Costa-Roberts Climate Trends and Global Crop Production Since 1980 Science DOI: 10.1126/science.1204531
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Fonte: Alternativa Sostenibile: Portale di Informazione sullo Sviluppo Durevole e Sostenibile - 16/05/2011
Nuovo rapporto Ipcc, non c'è limite alle rinnovabili di Tommaso Tautonico Le energie rinnovabili potrebbero soddisfare fino all'80% della domanda energetica mondiale entro il 2050, anche solo utilizzando il 2,5% del potenziale energetico disponibile e le tecnologie attualmente in uso. Tuttavia persistono forti barriere di ordine politico che impediscono di utilizzare interamente questo potenziale. Questo è quanto emerge dal nuovo Rapporto Speciale sulle Energie Rinnovabili (SRREN) pubblicato dall'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. Nell'elaborazione dei dati, uno degli scenari principali utilizzati è proprio quello prodotto da Greenpeace con Energy [R]evolution - un progetto in collaborazione con l'European Renewable Energy Council (EREC) e l'agenzia spaziale tedesca - nel quale si dimostra il potenziale delle energie rinnovabili sul lungo periodo. "I dati del rapporto sono un invito ai governi ad avviare una radicale riorganizzazione delle loro politiche energetiche e a mettere le energie rinnovabili al centro dei loro piani di sviluppo. Con l'approssimarsi della conferenza internazionale sul clima (COP 17) di Durban in Sud Africa, è sempre più chiaro che il dovere dei governi è quello di essere all'altezza delle crescenti aspettative su questi temi" - ricorda Sven Teske, Direttore del settore Energie Rinnovabili di Greenpeace International e uno dei principali autori del rapporto. Le rinnovabili, al di là di falsi miti che ne vorrebbero nascondere il potenziale, possono rispondere alla crescente domanda energetica mondiale. Per questo i governi devono avviare la rivoluzione energetica predisponendo legislazioni favorevoli al loro sviluppo - afferma Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia -. Purtroppo, per quanto riguarda l'Italia, stiamo andando controcorrente, ostacolando lo sviluppo delle fonti energetiche pulite. Speriamo che il monito che viene oggi dall'IPCC induca il nostro governo a radicali ripensamenti in materia di politica energetica". N.B. Per maggiori informazioni leggere il Report: Special Report on Renewable Energy Sources and Climate Change Mitigation — SRREN
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Fonte: ARPAT - 20/05/2011
Un italiano su cinque soffre di allergie e sono oltre 12 milioni di persone, in particolare giovani e bambini, ad essere vittime di questo tipo di patologia. Un numero destinato ad aumentare, visto che secondo gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) le persone affette da allergie ai pollini sarebbero raddoppiate negli ultimi 30 anni, per cui è sempre più importante avere strumenti pubblici validi per monitorare le sostanze contenute nell’aria delle nostre città. Uno di questi è sicuramente costituito da POLLnet, rete di monitoraggio aerobiologico istituzionale del sistema delle agenzie ambientali regionali (ARPA), che è parte del SINAnet (Sistema Informativo Nazionale Ambientale) dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). La rete indicherà (utilizzando una scala cromatica dal bianco al rosso) le concentrazioni giornaliere dei pollini presenti in aria e ne fornirà le previsioni per la settimana successiva, ottenute mediante l’utilizzo di un apposito modello di previsione statistica. In questo modo i soggetti allergici e tutti gli operatori del settore saranno messi nella condizione di poter predisporre le necessarie contromisure. POLLnet, che è già consultabile sul sito Rete italiana di monitoraggio aerobiologico, mette insieme le reti regionali e quelle provinciali in un’unica grande struttura nazionale, di cui al momento fanno parte 12 regioni e una provincia autonoma che hanno già attivato il monitoraggio, con tutte le altre Agenzie che si stanno impegnando affinchè questo importante servizio sia esteso all’intero territorio italiano. L’integrazione consente di unire le migliori professionalità in campo biologico, medico, statistico e informatico, che saranno necessarie per il buon funzionamento e lo sviluppo della rete. Le allergie hanno anche un costo sociale; la rete, in questo senso, rappresenta uno strumento utile non solo al singolo individuo, bensì all’intera comunità, visto che ogni malato d’asma costa circa 1400 euro l’anno, mentre chi soffre di rinite allergica ne spende circa mille e chi è affetto da dermatite atopica arriva a 1420 euro, mentre valori ancora più alti sono riferiti alle patologie di tipo alimentare. Il costo totale delle allergie è stimato nell’ordine delle decine di miliardi di euro l’anno, e le malattie respiratorie e allergiche nel 2006 hanno provocato il 6,4% del totale di tutte le morti, il 7,4% per gli uomini e il 5,4% per le donne. Sempre più colpiti i bambini: le previsioni dicono che nel 2020 addirittura il 50% dei piccoli italiani potrebbero essere affetti da rinite allergica In questa situazione, assumono importanza sempre maggiore i dati che la rete fornirà attraverso bollettini con cadenza settimanale, per misurare la concentrazione in aria di pollini e spore; tutto il progetto è realizzato con riferimento alla norma UNI 11108 su “Qualità dell’aria – Metodo di campionamento e conteggio dei grandi pollinici e delle spore fungine aerodisperse”.
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Sito da visitare: NonSoloAria.com - Il più importante sito italiano nel campo dell'inquinamento dell'aria Ultima modifica di News; 20-05-2011 a 14:41 |
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