I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LA SFIDA DELLA RECESSIONE - Parte 1
Introduzione
L‘interdipendenza fra cambiamenti climatici, sviluppo e povertà
L‘escalation delle cifre
L‘allarme per la sicurezza alimentare
Le conseguenze sullo sviluppo umano
La Banca Mondiale e i cambiamenti climatici
Le sofferenze dell‘Africa
I disastri naturali in Asia
L‘Onu e il contributo delle Chiese cristiane
I movimenti cristiani e il Grennaccord
Chiesa e cambiamenti climatici
L‘impegno della Caritas Internationalis
La voce dei Vescovi del Nord del mondo
La riflessione della Santa Sede
Gli appelli del Papa
Prospettive e soluzioni
Conclusione
Fonti e linkografia
Questo Dossier è disponibile anche sul sito dell‘Agenzia Fides: www.fides.org
Introduzione
Un terzo della popolazione mondiale viene ogni anno colpita da disastri naturali, dipendenti dai rapidi mutamenti climatici in corso nel pianeta. La tendenza continuerà ad aumentare, coinvolgendo sempre più vaste masse di popolazione, se la comunità internazionale non prenderà adeguate contromisure. Su questi dati e questa analisi sono concordi gli osservatori, gli scienziati, le istituzioni internazionali, le Organizzazioni non governative, i laboratori di ricerca in tutto il mondo.
Uno degli ultimi rapporti pubblicati nel corso della nota Conferenza Onu di Bali che nel dicembre 2007 ha discusso della complessa questione dei cambiamenti climatici e delle possibili soluzioni è stato Climate of Disaster, pubblicato dalla Ong Tearfund. Il documento ha sottolineato che occorrono oltre 50 miliardi di dollari all‘anno per aiutare le comunità più povere, indifese e vulnerabili, esposte ai tragici effetti dei disastri naturali. Negli ultimi 10 anni, nota il Rapporto, i disastri hanno ucciso 443mila persone e toccato la vita di 2,5 miliardi di persone, con perdite e danni per oltre 600 miliardi di dollari. E gli scienziati prevedono che i cambiamenti climatici acuiranno il numero e la gravità di eventi estremi come uragani o siccità in questo secolo. Con un elemento che sarà approfondito nel presente dossier: il 98% delle persone vittime dei disastri naturali vengono da paesi in via di sviluppo. Il che sottolinea la strettissima relazione fra povertà , sviluppo e cambiamenti climatici.
L‘interdipendenza fra cambiamenti climatici, sviluppo e povertà
L‘interdipendenza fra cambiamenti climatici e sfide dello sviluppo è stata ampiamente ribadita nella Campagna per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, che ne ha fatto un suo punto fermo. Eveline Herfkens, coordinatrice della campagna Onu per gli Obiettivi del Millennio, ha sottolineato che non siamo in grado di combattere i cambiamenti climatici, se non li consideriamo al tempo stesso interdipendenti con i temi dello sviluppo. Pensiamo al solo fatto che per ridurre la povertà , migliorare l‘accesso ai servizi sanitari, favorire una crescita economica sostenibile che crei nuovi posti di lavoro in breve per realizzare gli Obiettivi del Millennio nei paesi in via di sviluppo è necessario un aumento significativo della disponibilità di approvvigionamento energetico per oltre due miliardi di persone. E‘ quindi chiaro che la scelta delle fonti da cui trarre tale energia carbone, petrolio, o energie rinnovabili avrà enormi implicazioni per le emissioni globali di gas serra. Se un terzo della popolazione del pianeta continua a vivere in condizioni di povertà e non si può permettere fonti di energia pulita, questo aumenterà la pressione sul suolo, l'acqua, le foreste e le altre risorse naturali, impattando gravemente sui cambiamento climatici.
Herfkens nota che le emissioni mondiali totali di gas serra dovranno calare vertiginosamente, se vogliamo evitare cambiamenti climatici intollerabili per il genere umano. Ciò significa che le scelte in materia di energia dei paesi in via di sviluppo e strategie identificate per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio avranno un impatto significativo sul cambiamento climatico.
D‘altro canto gli stessi cambiamenti climatici mettono a rischio il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio. Essi contribuiranno a far aumentare la frequenza e l'intensità di gravi eventi meteorologici. Nei paesi poveri mancano le infrastrutture necessarie per rispondere adeguatamente a tali eventi. Malattie come la malaria possono avere una diffusione maggiore nelle nazioni più povere, che sono già tra le più colpite. Modifiche nell‘entità delle precipitazioni potrebbero devastare l'agricoltura legata all‘entità delle piogge da cui dipende per la sopravvivenza tanta parte della popolazione nei paesi in via di sviluppo. La crescita del livello degli oceani, la siccità , le inondazioni e le condizioni meteorologiche estreme rischiano di distruggere decenni di sviluppo e di vanificare gli sforzi compiuti finora per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio.
Herfkens mette in relazione gli obiettivi con i cambiamenti climatici in tal modo:
Obiettivo 1: la povertà e la fame. Riscaldamento globale e alterazione delle precipitazioni portano a rese più basse da agricoltura e pesca, che minano la sicurezza alimentare, e rendono ancor meno disponibili i pochi beni dei poveri. Conseguenza ancor più grave, i cambiamenti nell‘incidenza delle precipitazioni faranno aumentare la prevalenza di siccità in Africa, dove solo il quattro per cento delle terre coltivate sono raggiunte da sistemi di irrigazione, lasciando intere popolazioni senza cibo e limitando la possibilità di produrre e vendere i loro prodotti.
Obiettivo 2: Educazione. Il legame è meno evidente, ma la perdita di risorse contribuirebbe a ridurre il tempo che un bambino può trascorrere a scuola, mentre spostamenti e di migrazioni tendono a ridurre la possibilità di andare a scuola. Il link inverso è evidente: le cause dei cambiamenti climatici non possono essere combattute in modo efficace senza una popolazione istruita.
Obiettivo 3: Genere. I cambiamenti climatici possono aggravare le disparità tra i generi: le donne poiché sono spesso le produttrici agricole più povere- sono coloro che maggiormente subiscono danni per l‘esaurimento delle risorse naturali e la riduzione della produttività agricola.
Obiettivi 4, 5, e 6: La sanità . Incidenza più alta di malattie tropicali, poiché i cambiamenti climatici favoriscono l‘aumento della prevalenza di malattie causate da vettori e, poiché influiscono sulla disponibilità di acqua potabile, diffusione maggiore di malattie come il colera e di dissenteria. I bambini e le donne sono più vulnerabili.
Obiettivo 7: la sostenibilità ambientale. Ovviamente, i cambiamenti climatici alterano la qualità e la produttività delle risorse naturali e degli ecosistemi, alcuni dei quali possono essere irrimediabilmente danneggiati; questo può anche contribuire alla diminuzione della diversità biologica e delle varietà esistenti, combinandosi al degrado ambientale. Chiaramente, la lotta contro il riscaldamento globale è parte dell‘impegno dei paesi firmatari sull‘obiettivo 7.
Inoltre, nota la responsabile ONU, nei paesi in via di sviluppo l'impatto negativo dei cambiamenti climatici è più grave per i paesi più poveri e per le persone più povere: in tali paesi, i settori economici che dipendono dal clima (agricoltura e pesca) sono i più importanti per lo sviluppo economico. Questi paesi hanno anche risorse umane, istituzionali, finanziarie troppo limitate per anticipare e rispondere agli effetti dei cambiamenti climatici. Già ad oggi oltre il 96% dei decessi legati ai disastri causati da eventi meteorologici estremi (OMS: più di 150,000 nel 2000) sono stati nei paesi poveri. Le persone più povere dei paesi in via di sviluppo delle aree tropicali e subtropicali sono le più vulnerabili. Pertanto, i paesi e le persone con il minor numero di risorse è probabile che sostengono l'onere maggiore dei cambiamenti climatici, in termini di perdite di vite umane e relativo effetto sugli investimenti e sull'economia.
Si giunge a un paradosso che i poveri, che non hanno causato la situazione, pagano più degli autentici responsabili: I più poveri tra i poveri del mondo che hanno contribuito meno di tutti all‘accumulo di gas serra nell‘atmosfera da cui dipende il recente riscaldamento del pianeta sono i più colpiti dai suoi effetti. Questi sono anche i paesi e le fasce della popolazioni che sono le meno attrezzate per affrontare i danni che si trovano ad affrontare, sia per mancanza di risorse economiche che come conseguenza dell‘essere geograficamente collocati in zone con maggiore vulnerabilità agli impatti del riscaldamento del pianeta. L‘Africa rappresenta meno del 3% delle emissioni globali di anidride carbonica da combustibili a partire dal 1900 ma i suoi 840 milioni di abitanti devono affrontare alcuni dei principali rischi derivati dalla siccità e dall‘interruzione della forniture di acqua. I paesi ricchi che hanno contribuito maggiormente ai cambiamenti atmosferici legati al riscaldamento globale non solo ne ricevono un minor numero di effetti, ma sono anche in grado di sopportarne meglio le conseguenze.
Poiché i cambiamenti climatici aggravano la povertà e la povertà accelera i cambiamenti climatici, dobbiamo rompere questo circolo vizioso. Su entrambi i fronti è necessaria un'azione collettiva e comprensiva, nota Herfkens.
I paesi ricchi devono prendersi la responsabilità , in quanto sono più responsabili per i cambiamenti climatici. E‘ tempo che i paesi ricchi lavorino sul serio per ottenere le riduzioni delle emissioni. I paesi ricchi devono inoltre aiutare i paesi in via di sviluppo, supportando la loro capacità di adattamento attraverso il trasferimento di tecnologia e un sostegno finanziario. Ma per essere credibili questi sforzi non dovrebbero essere stornati dalle risorse già messe in campo per la riduzione della povertà : essi devono essere aggiuntivi rispetto agli impegni presi in passato paesi ricchi, ma ancora non rispettati: gli impegni contenuti nell‘Obiettivo 8: aumentare gli aiuti (fino allo 0,7 % Del PIL), migliorare la loro efficacia e garantire le regole del commercio internazionale che favoriscano i paesi in via di sviluppo. Finché l'attuazione di tali impegni è in ritardo, sarà difficile che i paesi in via di sviluppo si impegnino a fare la loro parte per combattere i cambiamenti climatici. Siamo in grado di proteggere il pianeta e i suoi abitanti più poveri, e sappiamo ciò che deve essere fatto, e da chi.
189 capi di stato e governo si sono impegnati nel settembre del 2000 a raggiungere 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015. L‘obiettivo 7 è focalizzato su ambiente e cambiamenti climatici, come parte del più ampio impegno per uno sviluppo sostenibile. Questi obiettivi rappresentano il pacchetto globale per affrontare i mali del mondo e le ingiustizie: Essi sono realizzabili ma serve una rinnovata volontà politica. Le nostre azioni non condizionano solo la vita della nostra generazione ma anche il patrimonio che lasciamo alle generazioni future Ciò che è in gioco è il destino del nostro pianeta e della sua gente, conclude Herfkens.
L‘escalation delle cifre
Siccità , alluvioni, terremoti, tsunami sono solo i principali, drammatici effetti dei cambiamenti climatici che colpiranno il pianeta nel decennio 2005-2015, mettendo in pericolo la vita di milioni di persone. Si stima che, entro il 2010, a causa dei mutamenti climatici, ci saranno circa 50 milioni di sfollati, gran parte dei quali saranno donne e bambini, mentre la percentuale della popolazione mondiale che rischia di essere contagiata dalla malaria, una delle principali cause di mortalità infantile, salirà dal 45 al 60% nei prossimi cento anni.
Attualmente circa 250 milioni di persone all‘anno sono colpite dai disastri naturali, ma questo numero è destinato a salire a 350 milioni nel prossimo decennio. Molte delle comunità che saranno maggiormente colpite dagli impatti del clima sono proprio quelle in cui già oggi la salute, la sicurezza e le condizioni di vita delle famiglie sono quotidianamente minacciate. Come gran parte dell‘Africa Sub-Sahariana e tutte le zone rurali, dove le popolazioni più povere vivono in abitazioni inadeguate al di sotto degli standard minimi di sicurezza.
Nel periodo che va dal 1996 al 2005, il 98% delle calamità naturali è stato influenzato dai cambiamenti climatici e il numero totale di morti da esse causato è aumentato dell‘84% rispetto al decennio precedente. L‘Asia è stato il continente più funestato: ben due terzi di morti per disastri naturali vivevano in quest‘area e la maggior parte di loro erano donne e bambini.
Sebbene i cambiamenti climatici siano un fenomeno globale, gli effetti del surriscaldamento del pianeta si ripercuoteranno in maniera più grave nei paesi in via di sviluppo: ad esempio, circa il 60% degli ulteriori 80 milioni di persone che rischiano di essere colpite da alluvioni nei prossimi anni, vivono in Pakistan, India, Sri Lanka, Bangladesh e Mynmar, mentre il restante 20% vive in Tailandia, Vietnam, Indonesia e Filippine. In questi luoghi, spesso la popolazione vive in aree che non hanno alcun sistema di pre-allerta né sono dotate di strategie di riduzione dei rischi e protezione civile, al contrario di quanto avviene nei paesi sviluppati.
Quanto il peso dei cambiamenti climatici abbia un‘incidenza maggiore per i paesi più poveri è sottolineato nella tabella seguente, dove vengono indicati i paesi che sono stati colpiti da più disastri naturali nel 2006, paragonati a quelli che hanno registrato il maggior numero di vittime ogni 100.000 abitanti. Sebbene gli Stati Uniti siano al secondo posto come numero di calamità che hanno colpito il paese, tra cui il terribile uragano Katrina, non figurano nemmeno tra i primi dieci paesi per numero delle vittime (N.B. con vittime si intende il numero di persone colpite dalla calamità , non il numero di morti).
Numero di calamità per paese
Cina 35
USA 26
Indonesia/Filippine 20
India 17
Afghanistan 13
Vietnam 10
Australia, Burundi, Pakistan 8
Etiopia, Messico, Romania 7
Germania 6
Vittime ogni 100.000 abitanti
Malawi 34.331
Burundi 26.778
Kenya 11.935
Filippine 9.097
Afghanistan 7.194
Cina 6.793
Somalia 5.490
Guyana 5.462
Tailandia 5.040
Vietnam 3.963
(Fonte: OFDA-CRED International Disaster Database, che definisce calamità un evento che causi almeno 10 morti, 100 feriti, per il quale venga dichiarato lo stato di emergenza e venga fatto un appello per aiuti internazionali)
L‘allarme per la sicurezza alimentare
Esprimendo grandissima preoccupazione le tre agenzie Onu Fondo delle Nazioni Unite per l‘alimentazione e l‘agricoltura (Fao), Programma alimentare mondiale (Pam) e Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) hanno messo in guardia che il cambiamento climatico rappresenta una sfida di grandi proporzioni per la sicurezza alimentare del pianeta, che farà aumentare fame e malnutrizione se non si prenderanno provvedimenti immediati. Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, intervenendo a nome delle tre agenzie alla Conferenza sul cambiamento climatico a Bali, ha detto che i fenomeni climatici estremi stanno già avendo effetti negativi sulla sicurezza alimentare e che i cambiamenti nel medio termine non faranno che peggiorare la situazione. Se non interveniamo adesso, il cambiamento climatico farà aumentare il numero delle persone che soffrono la fame e si ripercuoterà sui sistemi alimentari, ha aggiunto Diouf, per il quale le persone che già oggi sono vulnerabili e soffrono di insicurezza alimentare lo diventeranno ancora di più.
Tre quarti del miliardo di persone che si stima siano in condizioni di povertà estrema, vivono nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo e sono esposti ai rischi immediati causati dalla sempre maggiore frequenza di cattivi raccolti e dalla perdita del bestiame. Oltre 1,5 miliardi di persone che dipendono dalle foreste per la propria sopravvivenza, tra questi alcune delle popolazioni più povere al mondo, ne risentiranno gli effetti così come i 200 milioni di persone che vivono della pesca. àˆ della massima importanza che si affrontino le gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare quando si discute delle sfide del cambiamento climatico, ha affermato Diouf.
La questione aperta è come l‘agricoltura possa continuare a produrre quantità adeguate di cibo per nutrire la crescente popolazione mondiale in particolare i poveri ed i più vulnerabili in condizioni di cambiamento climatico, oltre su come le sfide specifiche causate dal clima e dalla bioenergia per i settori alimentare, agricolo forestale ed ittico.
Le conseguenze sullo sviluppo umano
I cambiamenti climatici minacciano di provocare inversioni di tendenza dello sviluppo umano senza precedenti: lo ha affermato il Rapporto Onu sullo Sviluppo Umano 2007/08, presentato nel novembre 2007. Il Rapporto sullo sviluppo umano dell‘UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, ammonisce il mondo a concentrarsi sull‘impatto dei cambiamenti climatici sullo sviluppo, che potrebbe determinare inversioni di tendenza senza precedenti nella lotta alla povertà e nei settori dell‘alimentazione, della salute e dell‘istruzione.
Il Rapporto, titolato Resistere al cambiamento climatico, fornisce un‘approfondita analisi della minaccia costituita dal riscaldamento globale. Afferma che il mondo si sta avvicinando a un punto di svolta, che potrebbe far precipitare i paesi più poveri del mondo, e i loro cittadini più poveri, in una spirale discendente ed esporre centinaia di milioni di persone a malnutrizione, carenza idrica, rischi ecologici e perdita dei mezzi di sostentamento.
In definitiva, i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per l‘intera umanità , ma sono i poveri, una categoria che non ha alcuna responsabilità per il debito ecologico che stiamo accumulando, a dover affrontare i costi umani più gravi e immediati, ha commentato l‘amministratore dell‘UNDP, Kemal Dervis.
Il Rapporto propone un approccio a due binari, che associ una mitigazione rigorosa mirata a contenere il riscaldamento nel XXI secolo entro i 2°C a una cooperazione internazionale rafforzata sull‘adattamento climatico.
Riguardo alla mitigazione, gli autori esortano i paesi industrializzati a dare prova di leadership riducendo le emissioni di gas serra entro il 2050 di almeno l‘80% rispetto ai livelli del 1990. Il Rapporto propone un mix di tasse sulle emissioni, sistemi più rigorosi di contenimento e scambio di quote di emissioni, regolamentazione del settore energetico e cooperazione internazionale a sostegno del trasferimento di tecnologie a basse emissioni.
In tema di adattamento, il Rapporto ammonisce che le disuguaglianze nella capacità di far fronte ai cambiamenti climatici si stanno rivelando vettori sempre più potenti di disuguaglianze crescenti tra paesi e nei paesi al loro interno, e invita i paesi ricchi a porre l‘adattamento ai cambiamenti climatici al centro della cooperazione internazionale per la riduzione della povertà .
Il Rapporto descrive i meccanismi attraverso i quali gli impatti ecologici dei cambiamenti climatici si ripercuoteranno sui poveri. Concentrando l‘attenzione sui 2,6 miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno, gli autori avvertono che le forze scatenate dal riscaldamento globale potrebbero arrestare e poi invertire i progressi compiuti nel corso di generazioni. Tra le minacce per lo sviluppo umano individuate in Resistere al cambiamento climatico figurano:
- Il crollo dei sistemi agricoli, in conseguenza della maggiore esposizione a siccità , dell‘aumento della temperatura e dell‘imprevedibilità delle precipitazioni, che potrebbe costringere altri 600 milioni di persone in condizioni di malnutrizione. Le zone semiaride dell‘Africa subsahariana, dove si registrano concentrazioni di povertà tra le più elevate del mondo, corrono il rischio di subire una perdita potenziale di produttività del 26 per cento entro il 2060.
- Il numero di persone che vivono in condizioni di stress idrico potrebbe aumentare di 1,8 miliardi entro il 2080, con vaste aree dell‘Asia meridionale e della Cina settentrionale esposte a gravi crisi ecologiche dovute al ritiro dei ghiacciai e alle alterazioni nei regimi pluviometrici.
- La migrazione di 332 milioni di persone dovuta a inondazioni e tempeste tropicali nelle zone costiere e poco sopra il livello del mare. Oltre 70 milioni di bangladesi, 22 milioni di vietnamiti e 6 milioni di egiziani potrebbero essere colpiti da inondazioni dovute al riscaldamento globale.
- I rischi emergenti per la salute, con un aumento di 400 milioni del numero di persone esposte al rischio di malaria.
Quello che lanciamo è un monito ad agire, ha commentato Kevin Watkins, autore principale del Rapporto e Direttore dell‘Ufficio del Rapporto sullo sviluppo umano (HDRO), aggiungendo: Lavorando insieme con determinazione, possiamo vincere la lotta contro i cambiamenti climatici. Permettere che la finestra temporale a nostra disposizione per risolvere il problema si chiuda sarebbe un fallimento morale e politico senza precedenti nella storia dell‘umanità .
La Banca Mondiale e i cambiamenti climatici
La Banca Mondiale già nel 2003 segnalava la necessità di adottare misure e soluzioni per uno sviluppo sostenibile. Su incarico della Banca Mondiale, la Extractive Industries Review (EIR), Commissione indipendente composta da rappresentanti di diversi settori in tutto il mondo, ha pubblicato nel 2003 un rapporto in cui afferma: Petrolio, gas e miniere non sono prodotti fini a se stessi ma, nella visione promossa dalla Banca, mezzi per provvedere energia che vada a beneficio di obiettivi di riduzione della povertà . Per raggiungere l‘obiettivo di uno sviluppo sostenibile comunque, l‘energia che è generata dai combustibili fossili deve tenere in considerazione il rilascio nell‘atmosfera di gas che producono effetto serra e del loro contributo ai cambiamenti climatici, con i conseguenti impatti negativi sull‘agricoltura e la produzione di cibo nei paesi in via di sviluppo.
Sebbene il rapporto EIR abbia avanzato importanti raccomandazioni nell‘area della governance, gestione dei profitti, diritti umani e delle popolazioni indigene, aree che devono essere considerate delle pre-condizioni per il finanziamento delle industrie estrattive, esso si spinge oltre, definendo target precisi nei settori del petrolio e del carbone, considerando che il consumo di queste fonti di energia da combustibili fossili deve essere significativamente ridotto a causa delle preoccupazioni di tipo ambientale legate ai cambiamenti climatici.
La raccomandazione più importante era quella, rivolta alla Banca Mondiale, di ridurre progressivamente fino ad annullamento gli investimenti nella produzione petrolifera entro il 2008, anno del primo periodo di impegni secondo il protocollo di Kyoto, e devolvere le sue risorse finanziarie a favore di investimenti per le energie rinnovabili, progetti di riduzione delle emissioni, investimenti in tecnologia pulita e in conservazione dell‘efficienza energetica e verso altri progetti che possano scollegare l‘uso di energia dalla produzione di emissioni di gas serra.
La Banca dovrà sostenere la riduzione progressiva dell‘estrazione del carbone, non sostenibile dal punto di vista ambientale, attraverso un supporto per affrontare i possibili impatti economici di tale operazione, costruendo finanziariamente una transizione ad energie più pulite.
La logica del rapporto EIR è sempre quella del rispetto del mandato della Banca Mondiale: la riduzione della povertà e la promozione di uno sviluppo sostenibile.
Si basa infatti sul riconoscimento che i cambiamenti climatici sottopongono i poveri a rischi maggiori. Numerosi studi hanno confermato che un innalzamento della temperatura di più di 2 gradi al di sopra delle medie del periodo pre-industriale avrà il suo impatto maggiore sui poveri, che sono il settore più vulnerabile.
E‘ stato raccomandato infine dal team EIR che questi obiettivi verranno raggiunti meglio creando un‘unità specializzata della Banca sulle energie rinnovabili.
L‘efficienza energetica e il sostegno alle rinnovabili sono politiche di sviluppo che hanno dimostrato di avere impatti di riduzione della povertà , con tecnologie in genere più adatte all‘uso da parte delle comunità locali.
Se non investisse nella promozione delle energie rinnovabili, la Banca mondiale ignorerebbe iniziative che provengono dagli stessi paesi poveri come per esempio la Dichiarazione di Brasilia sulle energie rinnovabili, che stabilisce un target del 10 % di aumento del consumo totale dei paesi dell‘America Latina derivato da queste fonti entro il 2010. O le iniziative della Cina o delle Filippine sul sostegno all‘energia eolica.
Inoltre l‘istituzione ha fatto presente un principio etico. Infatti sarebbe un segnale importante, in merito alla disponibilità delle energie rinnovabili, e che il denaro pubblico della più grande istituzione di sviluppo non fosse usato per supportare gli interessi delle grandi compagnie petrolifere ma andasse davvero a beneficiare i poveri e a correggere le distorsioni attuali del mercato.
Le sofferenze dell‘Africa
Il fenomeno del rapido mutamento della condizioni atmosferiche e delle temperature, con tutte le conseguenze che esso comporta, acuisce le sofferenze del continente africano. Quello dell‘Africa è il primo esempio riportato nel presente dossier e, per raccontarlo, è bene lasciare la parola agli stessi africani, che vivono sulla loro pelle i disagi, il sottosviluppo e la povertà che i cambiamenti climatici portano con sé.
Essi non passano inosservati in Africa, nota l‘organizzazione non governativa Amref, composta perlopiù da africani. Lasciano una traccia sull‘ambiente, sulla diffusione delle malattie, sulla disponibilità o meno di acqua, in una parola, sulla vita delle persone. In certi casi è difficile individuare un rapporto diretto tra cambiamenti climatici e, ad esempio, una maggior diffusione della malaria in zone dove prima non era presente o sulla minaccia costante alla sopravvivenza di una data popolazione indigena. Ma c‘è un filo che lega questi diversi fenomeni. E si intreccia con una serie di altri fili, in ambito sanitario ma anche sociale ed economico, in una matassa di cause ed effetti difficile da districare, il cui risultato finale, quello più evidente, è una maggior povertà .
Le malattie come la malaria sono molto sensibili ai cambiamenti climatici e al minimo stravolgimento degli ambienti naturali. Essendo un animale a sangue freddo, la zanzara è particolarmente esposta alle mutazioni di temperature e alle condizioni ambientali come umidità , calore, esposizione al sole. Il ciclo vitale della zanzara anofele ha infatti come fattori critici l‘acqua e la temperatura, due elementi che i recenti fenomeni meteorologici estremi (come el Nino del ˜97-98) e la distruzione dell‘ecosistema della foresta stravolgono e trasformano.
Un tragico esempio viene dalla deforestazione del Monte Kenya, che sta modificando l‘ecosistema creando zone agricole esposte al sole dove pozze e depositi d‘acqua divengono autentici allevamenti di zanzare. I sistemi d‘irrigazione utilizzata nei campi strappati alla foresta, molti dei quali appartengono a multinazionali agroalimentari come la Homegrowne, fa sì che grosse quantità di acqua stagnante rimangano esposte al sole favorendo cosi ambienti di riproduzione dell‘anofele. Il taglio degli alberi ha favorito anche l‘innalzamento della temperatura riscontrabile dallo scioglimento del ghiacciaio del Monte Kenya che si stima retroceda di un metro l‘anno. Sul monte Kenya le precipitazioni sono diminuite e i ghiacciai si stanno riducendo in maniera drastica dice Peter Ambenje, direttore del centro di monitoraggio delle siccità di Nairobi. La deforestazione è una delle principali cause della diminuzione delle risorse idriche e certamente, anche se non è ancora chiaro quanto, influisce pesantemente sui cambiamenti climatici. Quello che è certo che negli ultimi dieci anni le minime e la massime sono aumentate di diversi gradi.
La degradazione della foresta indigena alle falde del gigante keniota ha causato anche un netto peggioramento delle condizioni di vita e di salute della popolazione. Dai dati emerge chiaramente una situazione sanitaria che è andata gradualmente peggiorando. Se a questi dati accostiamo gli ettari di foresta disboscata negli stessi anni creiamo una correlazione tra deforestazione e salute, forse non diretta, ma certamente molto stretta. I principali problemi sanitari dell‘area sono la malaria e le malattie dell‘apparato respiratorio. Se escludiamo questa seconda famiglia di patologie, naturalmente legate alle condizione climatiche rigide, ci troviamo di fronte ad una malattia, la malaria, fino a dieci anni fa sconosciuta alle falde del Monte Kenya.
Con i suoi 70 mila chilometri quadrati, poco meno della superficie dell‘Austria, il Lago Vittoria è il secondo lago del mondo. Le sue acque danno da vivere a 33 milioni di persone. Le sue sponde bagnano tre stati africani, il Kenia, la Tanzania e l‘Uganda. Per gli studiosi il Lago Vittoria è il più grande laboratorio di ricerca dell‘evoluzione e della biodiversità , per le popolazioni locali una straordinaria possibilità di sviluppo. Battezzato Nam Lolwe (grande mare) dai pescatori luo del Kenia, il lago è la più importante riserva di pesca d‘acqua dolce del mondo. Nel 1990 il 25 per cento di tutto il pesce catturato nell‘entroterra dell‘Africa veniva da qui. Nel 1999, durante la grave crisi dovuta alla proliferazione dei giacinti d‘acqua e malgrado il bando della pesca decretato dal governo, i pescatori kenioti hanno venduto pesce per cento milioni di dollari (8 miliardi di scellini).
Situato davanti al Golfo di Winam, lungo la propaggine meridionale della costa keniota, il distretto di Homa Bay ha grandi potenzialità . I programmi di sviluppo prevedevano il rilancio della pesca, la produzione dello zucchero, lo sviluppo di schemi di irrigazione per l‘industria del cotone. Ma i piani sono rimasti sulla carta e la situazione critica delle strade, la mancanza di elettricità , la carenza di strutture sanitarie e di scuole, ne fanno oggi uno dei distretti più poveri del Kenya.
Povertà , sovrappopolazione e assenza di politiche di gestione del territorio hanno cominciano a fare sentire i loro effetti anche sulle risorse dell‘entroterra e del lago. Deforestazione, erosione, eutrofizzazione, drastica perdita della biodiversità hanno avuto e avranno sempre di più in futuro gravi ripercussioni sull‘ecosistema del lago, sulla qualità della vita delle genti che lo abitano, innalzando i livelli di povertà delle comunità umane e avendo effetti diretti e indiretti sulla salute della popolazione locale (malaria, tifo, colera, Aids). Sebbene il lago sia uno dei maggiori serbatoi naturali di proteine e di vitamine dell‘Africa orientale, la malnutrizione è un fatto comune per milioni di persone, soprattutto bambini. I livelli di mortalità infantile sono tra i più alti del paese (216 su 1000 nati vivi), la mortalità materna elevata, la malaria raggiunge picchi del 40%. Le malattie respiratorie colpiscono una persona su cinque; schistosomiasi, vermi intestinali e dissenteria sono malattie diffuse e spesso mortali. Per chi è nato e cresciuto a pochi chilometri dal più grande specchio d‘acqua dell‘Africa, la beffa è proprio quella di dover soffrire la sete e le malattie collegate all‘uso di acqua contaminata. Nell‘entroterra, a pochi chilometri a est del lago, la cronica penuria d‘acqua provoca ricorrenti epidemie di tifo e di colera.
La consapevolezza dell‘esistenza di un cerchio da spezzare indica però allo stesso tempo una strada precisa da percorrere. In questo quadro, la parola sviluppo sostenibile si riempie di contenuti e di senso e si colora di progetti, di risorse umane, di facce e di intelligenze già presenti e attive sul territorio. Da scoprire, valorizzare, sostenere a vari livelli
Per vedere gli effetti combinati della deforestazione, dell‘erosione e dei cambiamenti climatici, basta spostarsi un centinaio di chilometri a nord, nel bacino del Nyando. Un fiume irrequieto che da alcuni decenni, con regolarità sconcertante, straripa e manda sott‘acqua la provincia di Nyanza.
Ogni anno sappiamo che la storia si ripete dice il Commissario distrettuale P. Olando ma non possiamo farci niente, se non rincorrere le emergenze. Il bacino è un grande catino: l‘acqua che si raccoglie sugli altipiani e sulle colline che ci circondano (Mau e Nandi Hills), scivola tutta qui a valle verso il lago Vittoria. Una volta le alluvioni erano attenuate dalla vegetazione. Oggi, in seguito all‘aumento della popolazione, il suolo sempre più spoglio e fragile non trattiene l‘acqua, i detriti occludono il delta dei fiumi e basta un po‘ di pioggia per farci finire sott‘acqua.
La terra dei Turkana, popolazione nomade tra le più remote dell‘Africa orientale, confinata da secoli nell‘omonimo distretto, nel Kenya nordoccidentale è a rischo.
Nell‘arido Kenya, l‘acqua che scompare minaccia di portarsi con sé un‘intera civiltà , che aveva saputo fieramente resistere anche all‘invasione dei coloni inglesi. Gli ultimi decenni hanno visto i Turkana perdere terreno nella sfida più importante: proseguire la propria vita di pastori nomadi, lontani da ogni contato con la modernità , in questa porzione d‘Africa precoloniale racchiusa tra la sponda occidentale del lago Turkana e il confine sudanese, in cui si trasferirono dall‘attuale Uganda alla fine del XVIII secolo. Una vita essenziale, minimale come la dieta di latte e sangue con cui le madri, dalla raffinata bellezza tipica delle tribù nilotiche, sono costrette ad alimentare i propri figli durante i continui spostamenti lungo le vie dell‘acqua.
Chiuso ad ogni contatto con il mondo esterno fino all‘arrivo dell‘indipendenza, quando, all‘inizio degli anni ‘60, vi giunsero i primi missionari, il Distretto del Turkana ha vissuto quarant‘anni difficili. Quarant‘anni in cui è cresciuta progressivamente la violenza che, in alcuni casi, ha allontanato i nomadi dalla loro millenaria identità per trasformarli in banditi armati e pronti ad uccidere. La vicinanza delle guerre di Sudan, Etiopia e Somalia, l‘arrivo di mercanti somali, di rifugiati e di molte armi hanno giocato un ruolo importante. Ma la causa prima di questo processo di degrado culturale risiede in una sola parola: siccità .
Solo nell‘anno 2000 la mancanza d‘acqua ha ucciso il 70% del bestiame e quello sopravvissuto è oggi malnutrito e spesso malato. La cosmogonia nomade di questo popolo, fatta di rituali, matrimoni, complesse relazioni tra clan interamente basate sul bestiame, resiste con fatica. La scarsità di fonti d‘acqua ha già portato alcuni nomadi ad assestarsi attorno alle poche fonti esistenti spesso nient‘altro che buche profonde una decina di metri, scavate a mano nel letto di fiumi a secco esercitando una pressione sull‘ambiente circostante che a sua volta aggrava il processo di desertificazione.
I disastri naturali in Asia
Non solo l‘Africa esce sconvolta e ulteriormente ferita saldai tragici effetti dei cambiamenti climatici sulla vita dei popoli. Anche in Aisa, colpita dallo tsunami del dicembre 2004 e poi da una serie sempre più numerosa di tifoni e cicloni negli anni successivi, le popolazioni vivono una situazione di perenne instabilità , di indefinita precarietà che impedisce di costruire un benessere sociale, economico e anche psicologico, e non fa guardare al futuro con speranza.
Uno degli esempi più eclatanti di questa situazione è rappresentato dal Bangladesh, dove la popolazione locale nota il cambiamento delle stagioni. Quando dovrebbe piovere c'è il sole e viceversa. Abbiamo paura delle conseguenze dei cambiamenti climatici, perchè il paese è fatto di fiumi e qui si scontrano le correnti calde del Golfo del Bengala e i venti freddi dell'Himalaya. Se nessuno ci ascolta rischiamo di essere presto sommersi, ha detto mons. Paulinus Costa, arcivescovo della capitale Dacca, lanciando l‘allarme per l‘intera comunità
Il paese si è già rivolto all'Onu per chiedere sostegno nel contrastare i cambiamenti climatici, ma ogni anno le alluvioni aumentano di vigore e portata e il sentimento dominante è quello di essere dimenticati dalla comunità internazionale.
Anche i dati e le previsioni non fanno dormire sonni tranquilli ai bengalesi. Secondo gli esperti, se si dovesse innalzare di due metri il livello del mare del mare, a causa del riscaldamento globale, due terzi del Bangladesh rimarrebbe sommerso. Il ciclone Sidr che nell‘autunno 2007 ha sconvolto il paese, con una scia di 2.000 vittime e di oltre un milione di sfollati, e le numerose alluvioni sono dovute anche a questo.
A ogni disastro naturale corrisponde un aumento della povertà e della miseria per tante famiglie. Infatti Sidr ha lasciato dietro di sé una tragica situazione di carenza alimentare. Secondo il WFP, nei 12 distretti interessati, l‘indice della sicurezza alimentare (la possibilità reale che ogni persona possa procurarsi facilmente il cibo per sopravvivere, ogni giorno) è precipitato all‘improvviso e famiglie intere, soprattutto bambini, hanno iniziato a soffrire di malnutrizione. La malnutrizione risulta acuta nelle aree colpite dal ciclone ma estesa anche ad alter zone e distretti. Gli aiuti dei governi e delel organizzazioni non governative si sono mobilitate per ricostruire campi e raccolti che possano permettere alla famiglie si sfamarsi.
Le esperienze raccolte dagli operatori umanitari della Caritas e di altre Ong dai racconti dei sopravvissuti bengalese sono toccanti e illustrano le ripercussioni del disastro sulla vita della gente.
Salma Meet è una madre di quattro figli che vive nel villaggio di Senerhat, colpito dal ciclone Sidr. La famiglia è sopravvissuta, ma la casa è stata ridotta ad mucchio di legno e lamiere. Siamo riusciti a fuggire, grazie ad alcuni uomini che ci hanno avvisato. Ma ora non abbiamo cibo e non sappiamo dove vivere. Lei e la sua famiglia sono sistemati alla meglio da un vicino, più fortunato. Nella sua casa, sopravvissuta al tifone, vivono tre adulti e 12 bambini, in condizioni di estrema povertà . La storia di Salma è una delle tante che si trovano fra la gente in Bangladesh. Migliaia di famiglie hanno perso il raccolto, il bestiame, i mezzi primari di sostentamento e tutti i loro beni.
Altaf Hossain Hawladar, 50 anni, sposato con sei figli, viveva coltivando una risaia nel villaggio di Bakultala. All‘arrivo del ciclone abbiamo lasciato la nostra casa in fretta e furia e siamo saliti sugli alberi. Siamo stati fermi lì, impauriti e infreddoliti, per ore. Abbiamo visto la nostra casa crollare sotto i nostri occhi. Fortunatamente ci siamo salvati, ma per tre giorni ci siamo alimentati mangiando noce di cocco. I bambini ora sono terrorizzati. Abbiamo ricevuto i primi aiuti alimentari da Action Aid e dal suo partner locale, l‘Ong bengalese Jagrata Jubo Shangtha. Ci hanno dato cibo, coperte, vestiti, utensili per cucinare. Ora ci stiamo arrangiando alla meglio. Altaf non era proprietario della risaia ma affittuario dell‘appezzamento di terreno che coltivava. Ora che l‘80% del riso è andato distrutto, dovrà rinegoziare l‘accordo con il proprietario. Sarò costretto a lavorare come operaio a giornata, sperando di guadagnare qualcosa per far sopravvivere la mia famiglia. Per ora dormiamo sotto le stelle. Mi sento privato di tutto. Magari con un piccolo aiuto potrei provare a ricostruire la mia casa.
Abdul Gani Hawladar, contadino 75enne, si guadagnava da vivere anche intrecciando canestri. Anch‘egli del villaggio di Bakultala, è sposato e ha sette figli. Ci siamo salvati trasferendoci, nel bel mezzo della tempesta, in una casa più solida della nostra, afferma. Certo, spostarsi è stato pericoloso: gli alberi cadevano, il vento e la pioggia erano molto forti, racconta sua moglie Sahera, di 40 anni. Nella fretta abbiamo perso il nostro bestiame, ma l‘importante era salvare noi stessi, aggiunge la donna. Abdul e la sua famiglia raccontano che nei giorni precedenti al ciclone, quando c‘erano stati i primi avvertimenti di allerta, non sono fuggiti perché in passato si erano verificati numerosi falsi allarmi e non volevano lasciare incustoditi i loro beni. Molti hanno agito come loro. I tifoni del 1970 e del 1991 erano molto lontani negli anni e molta gente no li ricordava. Non abbiamo avuto il tempo di prepararci, di mettere da parte scorte di cibo. Ora ci serve urgentemente acqua potabile: abbiamo ricevuto delle bottiglie dai volontari di Action Aid, che dispensa aiuti umanitari, nota Abdul. Sua moglie, invece, non sa come calmare e curare i suoi ragazzi, divenuti, dopo l‘esperienza del ciclone, irritabili, impauriti, piagnucolosi. Alcuni soffrono di disturbi respiratori.
Fra le testimonianze raccolte dagli operatori umanitari, Abdul Khalek, 72anni, del villaggio di Bakultala, afferma: Abbiamo bisogno di tende, rifugi, case. La devastazione che ha lasciato il ciclone Sidr è tremenda. Mi sono salvato salendo sul tetto di una casa del villaggio. Negli ultimi dieci anni avevamo subito alcune stagioni di siccità e alcune piogge torrenziali, ma mai un tifone di tale violenza. I cambiamenti climatici si fanno sentire anche da noi. Il padre di una famiglia con cinque figli dice sconsolato: Siamo senza speranza e senza futuro.
Identiche storie si ritrovano in famiglie dello Sri Lanka, dell‘India del Sud, della Thailandia, dell‘Indonesia, delle Filippine, di aree della Cina anch‘esse colpite dallo tsunami o da cicloni che negli ultimi anni hanno continuato ad aumentare di numero. L‘Asia meridionale e orientale, con le sue masse di popolazioni che già per molti versi sono interessate da povertà e sottosviluppo, si trova oggi a fronteggiare un‘altra emergenza con pesanti ripercussioni economiche e sociali, dai costi umani altissimi: quella dei cambiamenti climatici e delle loro drammatiche conseguenze.
L‘Onu e il contributo delle Chiese cristiane
La questione del surriscaldamento globale, con tutte le sue disastrose conseguenze, sarà risolta solo attraverso una comune riposta e una concreta assunzione di responsabilità da parte di tutti: governi, società civile, istituzioni, privati cittadini. Per questo serve anche l‘aiuto delle Chiese cristiane e di tutte le comunità religiose, che hanno una importanza decisiva nella formazione delle coscienze.
E‘ quanto ha detto il Segretario Generale dell‘Onu, intervenendo al forum organizzato a febbraio 2008 dal Consiglio Mondiale delle Chiese, a Ginevra. Il Segretario Generale ha riconosciuto che come in numerose altre questioni globali in cui la coscienza e la responsabilità individuale, formata attraverso valori etici e morali, è determinante il contributo che possono dare le Chiese è molto importante. Le Chiese cristiane hanno mobilitato le coscienze per le questioni che toccano la giustizia, la pace e la salvaguardia del Creato, ricordando che la natura è un Dono di Dio affidato all‘uomo e che l‘umanità è tenuta a esserne custode.
Intendiamo mantenere una stretta collaborazione e partnership con le Chiese cristiane, ha sottolineato Ban Ki Moon, apprezzando l‘autorevolezza morale e l‘influenza che esse hanno sui credenti il Cristo che, a livello mondale, sono oltre due miliardi.
Per questo le Nazioni Unite contano sulla capacità di sensibilizzazione e mobilitazione delle Chiese, nonchè su quella di altre comunità di fede, per incidere sui comportamenti quotidiani di milioni di persone nel mondo, fatto che può risultare decisivo nella lotta al surriscaldamento globale e ai mutamenti climatici.
Alla 62a sessione dell‘assemblea generale dell‘Onu, che si è riunita sul tema dei cambiamenti climatici è intervenuto l‘Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, affermando che dai comportamenti individuali alle scelte delle industrie, bisogna favorire il consolidarsi di una mentalità rispettosa dell‘ambiente e ribadendo l‘urgenza di politiche nazionali e globali che favoriscano l‘uso di tecnologie eco-compatibili.
Gli individui e le società devono iniziare a cambiare i propri stili di vita se vogliamo davvero promuovere uno sviluppo sostenibile, ha esortato l‘Arcivescovo. La cura dell‘ambiente, ha ribadito il presule, è una responsabilità a cui nessuno può sfuggire, ricordando l‘importanza delle iniziative, anche piccole, volte ad un cambiamento di mentalità e di stili di vita. Ogni individuo, è stato il suo richiamo, deve assumersi la sua parte di responsabilità per dar vita ad uno sviluppo equilibrato. E‘ questo lo spirito necessario ad affrontare le sfide odierne che vedono strettamente collegati la preservazione dell‘ambiente e lo sviluppo economico.
L‘uso di tecnologie pulite, ha aggiunto Mons. Migliore, è una componente importante dello sviluppo sostenibile. Gli stati sviluppati devono condividere queste tecnologie con i Paesi in via di industrializzazione affinché non vengano ripetuti gli errori del passato. Il cambiamento del clima, in particolare, ha proseguito, è una sfida da affrontare a più livelli, individuale, locale ma anche nazionale e globale. I mercati, ha poi sottolineato, devono incoraggiare la green economy, un‘economia rispettosa dell‘ambiente, che non favorisca la produzione di beni che causano un degrado ambientale.
Dal canto loro, ha concluso mons. Migliore, i consumatori devono essere consapevoli che i loro comportamenti hanno un impatto diretto sulle condizioni dell‘ambiente in cui viviamo.
I movimenti cristiani e il Grennaccord
Fra le realtà della società civile internazionali che si sono distinte nella riflessione e nella sensibilizzazione, a livello globale, sulle problematiche legate al clima, alla salvaguardia dell‘ambiente e alla povertà , vi è una solida presenza cristiana, attraverso le Commissioni Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato, di diocesi, movimenti associazioni; attraverso le Caritas, ad ogni livello; attraverso soggetti nuovi come il Greenaccord, che in questa sede merita un‘attenzione particolare.
Greenaccord è un'associazione culturale, di ispirazione cristiana nata per stimolare l‘impegno di tutti gli uomini di buona volontà di qualsiasi credo o confessione religiosa, sul tema della salvaguardia della natura. Essa si rivolge al mondo dell‘informazione nazionale ed internazionale allo scopo di sollecitare una riflessione laica approfondita e un dibattito continuativo. Per Greenaccord la definizione del concetto di ecologia riguarda sia la salvaguardia ed il rispetto della natura (ecologia ambientale), sia il rispetto dell‘equilibrio dei processi psico-cognitivi, linguistici e comportamentali dell‘individuo (ecologia mentale). Per conseguire tali finalità , Greenaccord ha dato vita al Forum Internazionale all‘interno del quale possano svilupparsi un confronto ed una discussione tra giornalisti, esperti, operatori di tutto il mondo che si occupano di temi ambientali, nonché altre iniziative a carattere permanente
Il Greenaccord ha predisposto una Carta per il Clima, l'Equità e la Lotta alla Povertà , in cui si nota che i temi della povertà e dell‘equità sono connessi strettamente agli effetti dei mutamenti climatici e alle azioni che i singoli governi e la comunità internazionale devono intraprendere per rallentarne, e in prospettiva fermarne, i tragici effetti sulla natura e sulle popolazioni, approvata con una Associazioni Ong. I poveri e i paesi meno sviluppati subiscono per primi, e in misura sempre crescente le conseguenze del riscaldamento globale, un fenomeno originato e alimentato dalle attività umane e da una crescita economica iniqua e non sostenibile, basata sull‘utilizzo dei combustibili fossili inquinanti. La vulnerabilità dei poveri agli impatti dei mutamenti climatici fa sì che le agende siano strettamente connesse, e che non si possa affrontare un problema senza affrontare l‘altro, nota il testo.
Per combattere i mutamenti climatici - sottolineano le associazioni - occorre puntare sulla qualità più che sulla quantità , individuare e usare forme di energia pulita, rinnovabile, diffusa, democratica, consumare meno e meglio, superare le differenze e le ingiustizie tra i popoli e le persone. La carta è stata sottoscritta da tutte le organizzazioni non governative di cooperazione internazionale, numerose importanti organizzazioni che operano nel campo della giustizia sociale e dalle organizzazioni sindacali.
Gli obiettivi a livello internazionale sono diversi, nota la Carta. I paesi che provocano le maggiori emissioni di anidride carbonica, a partire da quelli che hanno la responsabilità della situazione attuale, devono adottare da subito politiche e programmi mirati a ridurre le proprie emissioni per fare in modo che il mondo possa rallentare e fermare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C. Nel corso degli ultimi anni sono stati assunti impegni internazionali scarsamente mantenuti, nota Greenaccord. Il Protocollo di Kyoto, approvato dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, è uno strumento importante, per la sua duplice struttura costituita da indicazioni di politiche e misure e da strumenti di mercato per ridurre le emissioni; di grande rilievo la sua natura giuridica vincolante, che prevede sanzioni per i paesi industrializzati inadempienti. Per il primo periodo di azione del protocollo, che si concluderà nel 2012, gli obiettivi di riduzione fissati erano limitati, ma vanno stabiliti al più presto nuovi e significativi target per il post 2012. Tutti i paesi devono condividere il dovere di assicurare che i mutamenti climatici più pericolosi e dannosi siano evitati in modo permanente, e quindi impegnarsi in politiche che garantiscano il declino delle emissioni di gas serra entro il 2015. In tal senso, auspichiamo che le trattative internazionali divengano davvero efficaci e dirette per arrivare a un accordo che stabilisca e promuova quei tagli alle emissioni di CO2 che la comunità scientifica ci indica come necessarie e imprescindibili per rallentare, e in futuro fermare, i mutamenti climatici.
Inoltre la lotta ai cambiamenti climatici presuppone azioni di ampio spessore politico ed economico e con un approccio sinergico. Per quanto riguarda le politiche commerciali, urge impegnare i paesi industrializzati ad introdurre modifiche sostanziali per far si che gli accordi commerciali siano in sintonia con le norme internazionali ambientali , che si definiscano politiche con approccio multilaterale, mirate alla crescita dei mercati interni in particolar modo dei paesi poveri e delle popolazioni più povere, alla promozione e tutela del lavoro dignitoso, e di un commercio più equo. Occorre inoltre una politica agricola sostenibile che, superando i sussidi alla esportazione e le misure protezionistiche che ostacolano i paesi poveri, sappia però anche dare risposte adeguate alla questione della sicurezza e della sovranità alimentare, con particolare attenzione all‘agricoltura familiare e alla qualità dei prodotti. Nell‘aprire i mercati ai prodotti dei paesi più poveri, gli standard ambientali e di sostenibilità devono essere oggetto di programmi di condivisione proprio con i paesi più poveri sin dagli inizi della loro definizione affinché i paesi poveri non si trovino nelle condizioni di incontrare ostacoli al commercio.
Per questo si ritiene necessario assumere immediatamente misure atte ad attenuare gli effetti del riscaldamento globale già in atto. Sono quindi necessari piani e misure di adattamento per i quali i paesi più poveri vanno assistiti, anche finanziariamente, dai paesi maggiormente responsabili dell‘aumento della concentrazione dei gas serra in atmosfera. Riteniamo indispensabile aiutare i Paesi in Via di Sviluppo a intraprendere la strada delle energie rinnovabili e dell‘efficienza energetica, per ottenere i maggiori benefici economici e ambientali possibili garantendo il pieno rispetto dei diritti delle comunità locali.
A tal fine prosegue il testo auspichiamo una politica di cooperazione internazionale mirata e coerente, partendo dal reperimento di adeguate risorse e attraverso nuove forme di finanziamento internazionale, condizionando altresì i finanziamenti dei singoli governi alle istituzioni internazionali e alle banche regionali di sviluppo perché i loro programmi siano fortemente coerenti con gli obiettivi di lotta al cambiamento climatico, alla promozione di uno sviluppo sostenibile e del lavoro dignitoso e sperimentando soluzioni innovative sul piano dei cambiamenti climatici, della tutela ambientale e del rispetto dei diritti umani e del lavoro. Per raggiungere questi obiettivi sarà fondamentale promuovere il confronto e la collaborazione degli esperti in materia di sviluppo, lavoro, commercio, ambiente e cooperazione al fine di promuovere seri programmi di sviluppo sostenibile. Sarà altrettanto fondamentale promuovere programmi a sostegno della riconversione industriale e al sostegno sociale per la riallocazione delle risorse lavorative.
La responsabilità sociale di impresa, il commercio equo e solidale, la finanza etica ed il microcredito potranno essere i concetti chiave e gli strumenti operativi per la promozione di un nuovo approccio alla cooperazione.
Le associazioni e organizzazioni che sottoscrivono il documento dichiarano di impegnarsi, insieme e ognuno nel proprio ambito, perché i mutamenti climatici indotti dall‘uomo siano controllati, e ritengono questo fine strettamente connesso al loro impegno di promuovere la giustizia sociale, ambientale ed economica a livello globale.
Chiesa e cambiamenti climatici
Perché la Chiesa si occupa di questioni che, in apparenza, potrebbero sembrare piuttosto appannaggio della scienza, come quelle del surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici, lo illustrano bene i Vescovi americani in un recente documento intitolato proprio Perché la Chiesa ha a cuore il cambiamento climatico globale?, pubblicato nel 2008.
l cambiamento climatico globale riguarda il futuro della creazione di Dio e della famiglia umana. Riguarda la protezione dell‘ambiente umano e dell‘ambiente naturale, spiegano i Vescovi. La Sacra Scrittura invita i fedeli ad aver cura de Creato e di tutte le creature di Dio. Come Creazione dischiusa sotto la mano amorevole di Dio, il Signore ha sto che tutto quello che Egli aveva fatto era cosa ˜molto buona‘ (Gen 1,31). Dio ha creato la persona umana a sua divina immagine, ponendo la creatura umana al vertice dell‘ordine della creazione, notano i Vescovi. Dio benedice le sua creature che condividono la presenza sulla terra e rende chiaro il legame esistente fra tutti gli esseri viventi. Il Signore ci chiama a essere suoi custodi per prenderci cura del giardino che Egli ha creato. Il mondo naturale serve come fonte di ispirazione per la nostra fede e per il nostro amore al Creatore. Attraverso le storie della Bibbia, salmi e parabole, e attraverso la bellezza naturale del mondo, possiamo conoscere il Signore con una maggiore pienezza.
I Vescovi ricordano anche i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, che è uno strumento di evangelizzazione. Essa dispone di tre principi che si applicano in particolare alla attenzione della chiesa per il Creato: Primo: il rispetto del creato ci richiama al rispetto per la vita e la dignità umana. Secondo: poiché il mondo diventa sempre più interdipendente, dobbiamo promuovere il bene comune e la virtù della solidarietà . Terzo: curando l‘ambiente, abbiamo una speciale responsabilità verso i poveri e i deboli che sono i più colpiti e i meno ascoltati.
Il testo dei Vescovi approfondisce i concetti di custodia e bene comune, esplorando la relazione fra il rispetto e l‘attenzione per l‘uomo per la terrea, cioè il legame fra l‘ecologia umana e quella naturale. La rete della vita è una sola, spiegano. E, esaminando le questioni ambientali, il concetto del bene comune assume un valore centrale nel promuovere la dignità , l‘unità e l‘uguaglianza di tutti gli uomini.
Il documento tocca anche il tema della Speciale attenzione ai poveri, dato che il Signore ci ha chiamati a prenderci cura gli uni degli altri, in particolar modo dei poveri e di quanti non possono provvedere a se stessi. Questo genera la responsabilità a aprire le mani e il cuore verso quanti si trovano nel bisogno, dando loro speciale aiuto e conforto.
Inoltre i Vescovi si soffermano sulla relazione fra Povertà e autentico sviluppo umano, notando che i cambiamenti climatici minacciano soprattutto la vita dei più poveri e vulnerabili, a causa della mancanza di assistenza sanitaria, carenza di cibo e acqua, mancanza di mezzi adeguati per rispondere alle calamità . Avere cura dell‘ambiente, allora, sottolinea il documento, è una sfida per tutta l‘umanità e richiama a un dovere universale, che è il rispetto del bene comune.
Infine il testo indica la necessità di utilizzare la virtù della prudenza, richiesta nell‘affrontare le sfide che provengono dai cambiamenti climatici e dal surriscaldamento globale. La prudenza è quella virtù che fa sì si adottino le misure migliore e pi efficaci per il bene comune; non è solo un approccio cauto alle questioni, ma piuttosto una base pensata, deliberata e ragionevole per adottare azioni giuste per conseguire il bene comune, si afferma, chiedendo di continuare a monitorare il fenomeno, e a studiare strategie e soluzioni rispettose della famiglia umana.

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